Lo Hobbit, eroe delle piccole cose

Aspettavo questo film da tempo, non sono rimasta delusa. Un’opera ancora grande e sontuosa da parte di un regista che mette un tale filologico amore nei confronti di J. R. R. Tolkien da riuscire a creare personaggi più pittorici del libro, e a far lottare due montagne tra loro come fosse un evento naturale e possibile. La fusione tra produzione e post-produzione è talmente priva di cesure e suture da far diventare il flusso scenico, narrativo e tecnologico un unicum filmico perfetto. Non ho voluto vedere il film in 3D la prima volta (tornerò tra qualche giorno) per godermi di più la storia, il “mio” Tolkien, e credo di aver fatto bene: sarebbe stata una distrazione da baraccone, un gioco sicuramente divertente e emozionante, ma non il cuore di ciò che volevo trovare, o meglio ri-trovare, 36 anni dopo aver letto Lo Hobbit. 

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End of the world melancholia blues

Non credo che oggi finirà il mondo, anche se il pianeta sarebbe migliore senza la razza uomo, saprebbe lentamente curarsi da tutte le ferite che gli abbiamo inferto. Credo che ci serva pensare che il mondo possa finire per capire meglio ciò che abbiamo, penso che abbiamo bisogno di avere paura per pensare che la controlliamo, anche se alla fine siamo solo capaci di esserne schiavi.

Per parte mia, mi va bene andare. Ho fatto molte cose, ho lasciato un segno del mio passaggio su questo pianeta e in questa era, anche non ci fosse nessuno a vederlo. Ho amato molto e sono stata amata. Ho amici preziosi e una famiglia in buona parte adorabile. Non ho odio per nessuno, anche l’unica persona che ha meritato il mio disprezzo ora inizia a prendere la mia pena.

Posso andare, quindi. Manca solo una cosa, la più importante. Per questo il mondo non finisce oggi. Per le tre stelle che devo ancora veder splendere.

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“Argo”: e la CIA è assolta

Un film fatto bene paga sempre, e questo è proprio ottimo cinema, sotto ogni aspetto. Argo, il film di cui Ben Affleck è sia regista e attore protagonista, e coproduttore insieme a George Clooney, sta avendo un successo senza ombre di critica e pubblico. Non è I tre giorni del Condor, certo, anche se ne condivide molti aspetti, ma ha una sceneggiatura da manuale (quasi un manuale di sceneggiatura, vien da dire), ambientazioni perfette, ritmo, suspense, dialoghi limati, e truccatori e parrucchieri che devono vincere un Oscar: incredibile la loro capacità di rendere persino la grana dei pori della pelle degli anni ’70-’80, è qualcosa difficile da spiegare se non si è visto il film, nel senso: i colori, la pellicola che sembra quella di allora, un gusto vintage che fa un effetto docu-fiction (persino il marchio usato dalla Warner Bros. per i titoli è quello d’epoca), e ricorda quel brano degli Afterhours dove Manuel Agnelli racconta di un suo sogno notturno dicendo “La luce era diversa negli anni settanta, ho riconosciuto anche quella”.

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Louis Malle vs Asghar Farhadi: il mondo che cambia

Ci sono questi film la cui mancata visione mi dà quasi un senso di disagio, come stessi seduta al banco di scuola senza aver fatto i compiti. Questi titoli così famosi, le correnti di genere, i registi “importanti”: cose che si devono conoscere, in un contesto di media cultura qual è la mia. Quel minimo che mi consenta di stare su media e non mediocre, ecco, senza pretendere troppo.
Ogni tanto cerco di pitturare qualcuna delle mie macchie di leopardo, e di solito lo faccio con un’attitudine emotiva e sentimentale, pronta all’innamoramento artistico. Così ho iniziato a guardare Les Amants, un film del 1958 di Louis Malle – anni che ce l’avevo lì. Anche perché il suo Au revoir les enfants non solo mi era piaciuto molto, ma mi aveva proprio commossa.

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Quota 3220 metri s.l.m.

Addizionare tutti i mesi che ho passato nel paese di montagna dell’Agordino dove ho casa da quando sono nata, e scoprire che la somma equivale a circa sette anni. Sui miei quarantotto. Sono moltissimi.
Sette anni: un settimo della mia vita. E ogni giorno vissuto lì – se le nuvole me lo hanno permesso – ho chiuso la giornata guardando il tramonto verso il Civetta, o “la” Civetta.
Ho sempre detto “il” Civetta, usando il maschile a sottintendere “monte”, anche se non è quello che ho fatto con altre montagne dal nome femminile: ho sempre detto la Marmolada, le Tofane o l’Auta, ad esempio. Ho capito solo ora che dire il Civetta era un modo per darle del lei.

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Skyfall: Bond sulla linea d’ombra

Il mio secondo pezzo per il blog su l'Unità.

C’era così tanto da scrivere su questo film che l’unico modo che ho avuto per farlo serenamente è stato partire con l’idea che sarebbe stato impossibile dire tutto. E nonostante le mie migliori intenzioni, questo post non è affatto breve, e non è neanche una recensione quanto più una critica, perciò più adatta a chi il film l’ha già visto. Mi appello alla clemenza della corte augurandomi di riuscire a farvi arrivare in fondo a bordo delle mie montagne russe di associazioni di idee, frantumi di suggestioni, lacerti di reminiscenze scolastiche, poesia, e qualche milione di metri di pellicole. E ora partiamo! :)
Per quanto non si direbbe, a conoscermi, io sono una fan acritica dei Bond movies: ho visto quasi tutti i film, almeno tre volte, con punte di una dozzina di ripetizioni. Non li distinguo uno dall’altro, volutamente: per me Bond è un archetipo a prescindere dall’attore che lo interpreta, una sorta di noumeno platonico. È un agente segreto che esiste realmente, e che anche in questo istante è in missione da qualche parte; quale sia, lo scoprirò nel prossimo film. La premessa solo per far capire che quanto sto per dichiarare non ha nessun contenuto denigratorio o sminuente, per me. Lo dico: Skyfall è molto più di un Bond movie.

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“La pace con voi” per inaugurare il mio blog su l’Unità

Sono molto felice e lusingata di essere stata invitata dall’Unità a tenere un mio blog d’autore. Ho deciso di chiamarlo “Tu, quore”, con questa motivazione:
Un blog per scrivere di quello che mi tocca nel profondo. Non parlo di passione, una parola con quella doppia sibilante che subito divora e disperde, autocombusta, superficiale e capricciosa. Parlo di tenaci tessuti di miocardio che si muovono e abbracciano il mondo che vedo: si tratti di persone, libri, musica, film, arte, visione delle cose, o riflessioni. Questo leggerete qui, se vorrete. Scrivere è il mio modo di essere mondo.

Come primo pezzo, ho scritto qualcosa di molto quoroso, sulla pace… eccolo:

La pace con voi
C’è stato un momento della mia vita, più di 30 anni fa, in cui il mio mondo veniva giù come bastioni di un castello di sabbia. Mia madre moriva di cancro e la nostra casa andava a pezzi di abbandono,

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“Reperti per il prossimo milione di anni”: il rituale mortuario si fa performance

Nuova uscita per il mio blog di arte preferito, Bcomeblog!

Stavolta ho scritto di una personale dedicata a un artista intrinseco il cui lavoro mi ha colpita, e che ho intervistato: Carlo Gabriele Tribbioli.

“Reperti per il prossimo milione di anni”: il rituale mortuario si fa performance

Non poteva che essere una mostra personale questa dell’artista romano Carlo Gabriele Tribbioli alla Federica Schiavo Gallery di Roma, aperta fino al 17 novembre 2012 (con sospensione fra il 4 e il 12 novembre per andare a Torino per Artissima). Sarebbe davvero difficile infatti immaginare di abbinare qualcosa a questo intenso lavoro che nel titolo Reperti per il prossimo milione di anni spiega già la sua intenzione/tensione.

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Piccoli Marley partenopei: Ras Tewelde conquista Africa e Giamaica

Una recensione di un cd veramente gioioso e carino che è stata la mia allegra colonna sonora estiva, di un musicista che ha davvero qualcosa in più….

Piccoli Marley partenopei: Ras Tewelde conquista Africa e Giamaica

Ha qualcosa di speciale questo ragazzone napoletano ma “etiope” di adozione. Un nome italiano sostituito da quello ricevuto in battesimo in Etiopia, usato ormai come nome d’arte, che è soprattutto una dichiarazione di intento, musicale e politico-religioso, dove la differenza tra le due cose – come per Marley – in fondo non c’è. Una qualità gioiosa e pulsante, un candore assoluto, che muove anche tenerezza, una fede rastafariana vera, che lo porta a scrivere pezzi “conscious” (= impegnati) su quella che con una forzatura possiamo definire la dottrina rasta: la teoria dell’Etiopia come culla degli africans (a prescindere dalla loro provenienza e del colore della loro pelle), l’idea della necessità di un loro “rimpatrio” nelle aree che l’imperatore Haile Selassie decise di donare ai giamaicani che volessero tornare a una terra originaria dove non essere sfruttati dal colonialismo anglosassone, ovvero la zona di Shashamane, dove da alcuni anni risiedono varie persone/famiglie di origine caraibica. Una weltanschauung che l’artista esprime a tuttotondo nel costruire con grande sforzo personale progetti culturali con l’Etiopia, soprattutto Youths of Shasha, dove ha coinvolto i bambini del luogo nella produzione musicale.

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“Tenendo la fatica con le mani” torna su carta, stavolta con Laspro

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Avevo già pubblicato questo pezzo, a cui tengo moltissimo, su Il Grandevetro, più di un anno fa.

La rivista Laspro mi ha chiesto di scrivere qualcosa sullo stesso tema, ma non me la sono sentita di cercare di esprimere le stesse cose con parole diverse, e gli ho riproposto questo. Lo posto quindi ancora, ringraziando Laspro, sempre con il mio scatto peruviano che mi piace tanto ;o)

Tenendo la fatica con le mani

Il sari fucsia splende sulla sua pelle cioccolato al latte che sotto le braccia resta un po’ flaccida. È magra e il viso scavato fa pensare a sessant’anni ma impossibile esserne sicura. Denti non tutti, sorriso sghembo che copre con la mano sinistra davanti al nero lucido del mio obiettivo, ma le ho fatto l’occhietto per chiederle il permesso, prima: quindi ho scattato. Scattato in questo luogo perduto del Rajastan, a metà strada tra Jaipur e Bikaner, credo. Dove fanno mattoni.
Cammelli passano dinoccolati sulla collina in fondo, indifferenti. Leggi tutto

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