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	<title>Monica Mazzitelli</title>
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		<title>&#8220;Cento micron&#8221; di Marta Baiocchi</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 21:55:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono felicissima di questa uscita di Marta Baiocchi, una scrittrice eccezionale che sono orgogliosa di aver proposto per questa meritatissima pubblicazione con Miminum Fax. Questo romanzo è proprio bello, leggetelo. Questa la mia recensione: Forse è nel color crema – che spesso ricorre tra le pagine di questo splendido romanzo – che troviamo una chiave [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2012/01/cover-baiocchi.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-506" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="cover baiocchi" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2012/01/cover-baiocchi-216x300.png" alt="" width="216" height="300" /></a></p>
<p>Sono felicissima di questa uscita di Marta Baiocchi, una scrittrice eccezionale che sono orgogliosa di aver proposto per questa meritatissima pubblicazione con Miminum Fax. Questo romanzo è proprio bello, leggetelo. Questa la mia recensione:</p>
<p>Forse è nel color crema – che spesso ricorre tra le pagine di questo  splendido romanzo – che troviamo una chiave di lettura: il bianco non è  puro, ma sporcato. La pulizia, se c’è, è solo facciata, una stuccatura  che non regge lo scrutinio di un secondo sguardo. Meno onesta persino  dello sporco muffito e polveroso dei locali dove la protagonista Eva,  quasi quarantenne ricercatrice di un Dipartimento di Biologia  dell’Università di Roma, lavora tentando caparbiamente di produrre  risultati scientifici di rilevanza internazionale pur nell’abbandono  tecnologico e architettonico in cui versa l’istituzione. Per contrasto,  la sua amica vecchia Bibi, <em>pariolina</em> ricchissima e viziata,  vive in un mondo quasi rarefatto per la sua distanza da quello reale. Un  mondo tenue e color crema, in cui l’unico sudore è quello che si lascia  sul tappetino di una palestra.<br />
<span id="more-505"></span>Ma non è una donna fortunata, Bibi: prima di riuscire a ottenere una  gravidanza attraverso un impianto di embrioni suo marito muore in un  incidente stradale, e lei, a seguito di una chemioterapia, è diventata  sterile. Secondo la recente legge italiana sulla procreazione assistita  gli embrioni pronti per una sua gravidanza non sono più impiantabili, ma  lei decide di ottenerli dalla clinica presso cui dovrebbero essere  custoditi a costo di pagare qualsiasi cifra, e commettere qualsiasi  crimine. Ed Eva decide di aiutarla, nonostante tutto, imbarcandosi in un  intrigo con dubbie e sospette diramazioni internazionali dove la puzza  di pericolo aumenta con il crescere del profumo dei soldi.<br />
Una trama avvincente che tiene sospesi, anche se non è questo il maggior  punto di forza di questo potente esordio letterario di Marta Baiocchi,  bensì la sua scrittura così intelligente, autorevole, ironica,  brillante, la sua capacità di rendere le emozioni tacendole dalle parole  per esprimerle attraverso i colori, gli ambienti, i gesti, gli abiti.<br />
Si parla quindi anche del corpo delle donne, da un’angolazione diversa  dal solito: dalla determinazione rabbiosa di una donna forte ma con un  desiderio fragile: quello di essere madre, ferinamente madre, a  qualsiasi costo madre.<br />
Tantissimi i temi e i contenuti di questo lavoro, cerchiamo di vederne qualcuno con l’autrice.</p>
<p>Quanto ti assomiglia Eva?<br />
<strong>Questo libro non è autobiografico, e, come si intuisce  facilmente, non è una storia vera. Certamente, Eva esprime in alcuni  punti interrogativi sulle tecnologie del presente e del futuro, che sono  anche i miei. Esprime, inoltre, il disappunto che tanti ricercatori  provano o hanno provato per un mondo che è ben lontano dall’immagine  idealizzata della ricerca che molti di noi avevano da studenti. Nessuno  dei fatti a cui Eva assiste nel racconto è mai accaduto tale e quale,  tuttavia frasi, gesti, atteggiamenti, sono gli stessi che molti di noi  di noi hanno visto e sentito tante volte, magari in posti e da persone  diverse. Eva, tuttavia, è una donna più giovane di quello che io sono  oggi, che perciò prova una rabbia e un desiderio di rottura che oggi  penso di aver superato, che non posso più, sia un bene o sia un male,  riconoscere come miei.</strong></p>
<p>Temi che qualcuno dei tuoi colleghi si riconoscerà nelle descrizioni del Dipartimento di Ricerca? O lo faranno tutti?<br />
<strong>C’è già qualche collega che mi dice: Eh, ma sei stata troppo  cattiva con tizio, se legge il libro la prende male. Io casco dalla  luna, perché a tizio non avevo pensato neanche per un attimo, scrivendo.  È che, come dicevo, nel nostro, come credo in ogni ambiente, ci sono  tipi di personalità, e meccanismi di rapporti e di potere ricorrenti,  quasi codificati. Perciò, non mi meraviglia che molti possano  riconoscere nei personaggi del libro alcuni aspetti del proprio capo, o  del proprio studente, o del proprio collega.</strong></p>
<p>È possibile che l’Italia riesca ancora a produrre risultati  importanti nella ricerca, a livello internazionale, oppure se si vuole  lavorare ad alto livello si è costretti a emigrare?<br />
<strong>La ricerca in Italia non ha mai smesso, e probabilmente  continuerà ancora, a produrre risultati importanti. Tuttavia, capacità e  competenza rimangono per lo più confinati a individui e gruppi  ristretti, che sembrano sempre nati e cresciuti quasi per caso. Invece,  la capacità di creare centri di formazione e di ricerca che producano  una autentica massa di conoscenza, adeguata alle necessità di un paese  come il nostro, sembra continui a sfuggirci. Un sistema cristallizzato  in cui troppo spesso prevalgono i cattivi rispetto ai buoni maestri,  insieme alla crescente scarsità di finanziamenti, rischiano di rendere  sempre più profondo il divario che ci separa dai paesi più  tecnologicamente orientati. Sebbene solo pochi sembrino esserne  consapevoli, il prezzo da pagare per queste scelte di inerzia potrebbe  rivelarsi un giorno molto alto.</strong></p>
<p>Nel suo aspetto etico il tuo messaggio è quello <em>aperto</em> del finale: “Quello che si può fare, qualcuno prima o poi lo fa.”. Ricorda un po’ <em>Il terzo uomo</em>,  quando Orson Wells dice “Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto  i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e  massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il  Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni  di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”.<br />
<strong>Beh, io in realtà non intendevo dare messaggi o risposte  precise: mi interessava piuttosto porre questioni, suggerire punti di  vista più semplici, più pragmatici, su questioni che spesso scatenano  grande emotività. L’etica non può, a mio parere, essere ispirata a  principi astratti, deve necessariamente e costantemente misurarsi con la  realtà materiale. Con le scelte reali della gente. Perciò mi chiedo,  sarà davvero possibile continuare a imporre divieti su tecnologie che  rispondono a desideri e bisogni profondi, e che sono sempre più a  portata di mano di tutti? Che sono proibite qui ma consentite cinquanta  chilometri più in là?  La storia sembra dirci che a stento l’uomo è  riuscito a imporsi qualche limite sulle tecnologie più atroci e  distruttive (e speriamo che continui così), ma i principi morali si sono  invece dimostrati molto duttili quando si sono scontrati col desiderio  umano di una vita meno faticosa e difficile.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/01/24/cento-micron-madri-a-ogni-costo/" target="_blank">La poesia e lo spirito</a>, <a href="http://www.unonove.org/segnalazioni/" target="_blank">Unonove</a>,<a href="http://www.slowcult.com/letteratura/cento-micron" target="_blank"> Slowcult</a><strong><br />
</strong></p>
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		<title>“Roma – L’impero del crimine”, di Yari Selvetella</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 18:36:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Roma – L’impero del crimine”, di Yari Selvetella, Newton Compton Editori Il segreto di questo autore risiede di certo in molti fattori, di cui l’appeal del tema è solo uno, e non il maggiore: certamente “Roma” e “crimine” sono due ingredienti importanti della sua ricetta, ma sarebbe una ricetta banale, servita e assaggiata talmente spesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2012/01/selvetella-cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-498" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="selvetella cover" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2012/01/selvetella-cover-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>“Roma – L’impero del crimine”, di Yari Selvetella, Newton Compton Editori</p>
<p>Il segreto di questo autore risiede di certo in molti fattori, di cui  l’appeal del tema è solo uno, e non il maggiore: certamente “Roma” e  “crimine” sono due ingredienti importanti della sua ricetta, ma sarebbe  una ricetta banale, servita e assaggiata talmente spesso da essere ormai  insipida, da sola.<br />
Ritengo invece che il successo di vendita dei libri di Selvetella abbia  origine da altro. Prima di tutto dalla sua penna: una scrittura  originale, una voce di personalità forte che si esprime su vari  registri, dal giornalistico all’ironico, dallo storicistico  all’elegiaco. E proprio su quest’ultimo vorrei soffermarmi: ci sono  alcune pagine, soprattutto quelle dei capitoli in corsivo in cui  l’autore entra più nell’espressione di un’opinione personale, un taglio  critico, una visione dal suo sguardo, che sono davvero di grandissima  letteratura. Così vicine per intensità e anima al migliore Pasolini,  alla sua capacità letteraria mai scevra da una potenza espressiva che  pare dettata in primo luogo dalla partecipazione umana, densa, alla  materia raccontata.<br />
In effetti Selvetella sta a Roma come Saviano è stato, in <em>Gomorra</em>,  a Napoli. La stessa chiarezza di sguardo, la stessa conoscenza  minuziosa della città, dei suoi pregi e difetti, la sua bellezza, a  volte un po’ decadente, ma soprattutto la sua bruttezza. Roma qui c’è  tutta, senza censure. <span id="more-497"></span>Non c’è solo il centro o le periferie “fichette”,  ma l’intero polpo urbano, con i suoi tentacoli grigi, abusivi,  denaturalizzati, escresciuti, vomitati, brutti. Con il coraggio e la  dignità di chi tenta di abitarci senza sentirsi una parafrasi di degrado  sociale. In questo senso, Selvetella riesce in pieno a far sentire il  lettore <em>dentro</em> la città, tutta la città, a farsi cruccio e  sdegno del suo martirio, della vita condannata di chi ci abita, romani e  non, italiani e non italiani. Lo sguardo di Yari abbraccia, e non fa  sconti a nessuno: a ciascuno le proprie responsabilità.<br />
E i misfatti di questa Roma impero del crimine non sono infatti i piccoli o i grandi delitti da cronaca, ma il <em>sistema</em> che c’è dietro, l’organizzazione del crimine, da quello meridionale di  stampo mafioso a quello estero, dalla Cina alla Russia. E soprattutto il  sistema politico che tiene e cementifica tutto questo… verbo non scelto  a caso perché è proprio per il cemento che passano molti dei crimini  della Capitale, che appunto in quanto tale si nutre di transazioni  immobiliari che riciclano soldi e autoalimentano un mercato gonfio di  nulla, di nuove macchine in coda su tangenziali e raccordi che nessuna  opera cittadina riesce mai ad alleggerire.<br />
L’ultima considerazione su questo volume è il piacere di sentirlo così  ben documentato, solido, autorevole: c’è profumo di emeroteche e filmati  d’epoca, di studi approfonditi e nottate passate in rete… Da questo mi  piace cominciare a parlare con Yari,: come sei riuscito a impostare  questo lavoro così gigantesco?<br />
<em>In effetti non sono una persona ordinata. Riconoscendomi questo  limite ho impostato il lavoro d’archivio con molta attenzione. Accumulo  faldoni, riempio cassetti, da anni: Roma è il tronco, ogni storia un  ramo, ogni ramo un brulichio di fatti e persone.</em></p>
<p>Hai impostato un metodo preciso con fonti fisse, o per ogni storia hai seguito un filo diverso?<br />
<em>Cerco di cominciare sempre da quel che testimoni diretti o indiretti  ricordano di un determinato evento, poi leggo i quotidiani dell’epoca:  dapprima tutto quello che sta intorno alla notizia che mi interessa,  dalle pubblicità alle pagine di politica e cultura. Poi c’è il lavoro  dei cronisti: a volte è preziosissimo. Spesso la verità galleggia sopra  le nostre teste per qualche ora, poi magari viene infilata in un  tombino, risucchiata nella velocità. Il cronista è lì in quel momento,  scrive subito e, in determinate condizioni, ci dice moltissimo. Poi  libri, tv, radio, internet, tutto. Teorie, follie, dietrologie. Con gli  anni si impara a riconoscere le cantonate, si scivola comunque, si  limitano i danni; del resto ritengo che la costruzione della verità sia  un processo collettivo, nel bene e nel male. Spero che il mio sia un  contributo positivo.</em></p>
<p>Dai l’impressione di conoscere Roma come pochi romani la conoscono,  ovvero non solo il quartiere dove sei nato/cresciuto, e il suo centro,  ma proprio tutta, ogni quartiere, ogni periferia. È qualcosa che nasce  dall’aver scritto questi libri, o al contrario li hai scritti proprio  perché eri già immerso nel suo tessuto da prima?<br />
<em>La amo, la amo molto, tutto qui. E oggi, a quasi 36 anni, sono  davvero preoccupato. Troppi filtri stanno saltando. Penso ad esempio  alla politica. È praticamente sparita dalle periferie. Il “capolavoro”  di una generazione di dirigenti politici nefasta, oggi più o meno  sessantenni: un tratto di strada trafficata, un supermercato, una casa  in un quartiere senza servizi, questa è la Roma vissuta da moltissimi  romani. Bisognerà riprendersela, prima o poi, questa città.</em></p>
<p>Hai tratto qualche conclusione da questo lavoro, politica o morale?  Nel senso, anche: confrontarti con questo livello di criminalità ti ha  portato più a pensare che “bisogna darsi da fare” oppure che “è tutto  più grande di noi” e non ci si può fare nulla?<br />
<em>Il futuro non è scritto e Roma è nostra. Di tutti. Si diventa romani  solo per amore, per nient’altro. Per questo, in definitiva, rimane un  gran bel posto.</em></p>
<p>Per <a href="http://www.slowcult.com/letteratura/roma-%E2%80%93-l%E2%80%99impero-del-crimine" target="_blank">Slowcult</a> e <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/01/17/la-roma-del-crimine-di-yari-selvetella/" target="_blank">La poesia e lo spirito</a><em><br />
</em></p>
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		<title>Recensione di Corde Oblique: A hail of bitter almonds</title>
		<link>http://www.monicamazzitelli.net/2011/12/27/recensione-di-corde-oblique-a-hail-of-bitter-almonds/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 19:31:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una recensione che entra giusta giusta nel 2012 per un album molto bello, che vi consiglio&#8230; Naturalmente per SlowCult. La critica ha parlato davvero bene di questo cd, l’ultimo della produzione di Riccardo Prencipe e le sue Corde Oblique, ed era tempo che anche Slowcult se ne occupasse con un ascolto approfondito. E meritato, diciamolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una recensione che entra giusta giusta nel 2012 per un album molto bello, che vi consiglio&#8230;<br />
Naturalmente per <a href="http://www.slowcult.com/musica-2/musica/corde-oblique-a-hail-of-bitter-almonds" target="_blank">SlowCult</a>.</p>
<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/12/cover_corde_oblique.jpg"><img class="size-medium wp-image-491 alignleft" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="cover_corde_oblique" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/12/cover_corde_oblique-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>La critica ha parlato davvero bene di questo cd, l’ultimo della  produzione di Riccardo Prencipe e le sue Corde Oblique, ed era tempo che  anche Slowcult se ne occupasse con un ascolto approfondito. E meritato,  diciamolo subito, ché A hail of bitter almonds è di certo un prodotto  di grande talento e raffinatezza musicale. Prencipe è alla sua sesta  prova, nonostante la sua giovane età, la quarta con Corde Oblique dopo  aver inciso i suoi due primi cd con il gruppo Lupercalia già nel 2000 e  nel 2004. Partenopeo e coltissimo (storico dell’arte), il Maestro  Prencipe cura l’aspetto compositivo dalla musica ai testi, passando per  gli arrangiamenti e per la scelta dei collaboratori che contribuiscono a  dare suoni molto particolari e riconoscibili alla sua musica, e momenti  molto originali come il flauto di pan suonato sulla sesta traccia,  Slide.<span id="more-490"></span><br />
L’etichetta di genere, “Ethereal-NeoFolk”, dice abbastanza poco, come  spesso accade, su quindici brani molto diversi tra loro che si  dispiegano come una sinfonia, con momenti dal maestoso all’intimo, dove  le voci (quelle femminili soprattutto) e un violino elegantissimo,  legano a sé suoni diversi e mai campionati in un affresco che alla fine  produce effetti acustici rock più vicini al prog che al folk, seppure la  coloritura folcloristica e mediterranea resta sempre viva e forte,  ampliando molto la potenza espressiva e la portata graffiante di alcune  tracce, come ad esempio in Arpe di Vento, oppure nel cantato popolare di  La madre che non c’è e La pietra bianca, o nell’arrangiamento flamenco  di Crypta Neapolitana dove si apprezza forse al meglio l’arpeggio  sopraffino di Riccardo Prencipe.<br />
In tutto questo, non si perde mai il rock – salvo in un paio di pezzi a  mio avviso troppo melodici, uno dei quali scelto (ahimè) per il video  ufficiale – che rendono questo album assolutamente trasversale.<br />
E se questo cd non piacesse comunque, varrebbe in ogni caso il prezzo  del biglietto la strepitosa cover di Jigsaw falling into place dei  Radiohead: che l’adorato Thom Yorke non mi fulmini, ma questa versione  ha una potenza, una spinta addominale e diaframmatica che nell’originale  manca; è un pezzo che entra nelle vene e resta attaccato alle viscere.<br />
Spiace dirlo, ma questo lavoro meriterebbe una scena musicale live ben  più ricca e sprovincializzata di quella italiana, e infatti il gruppo ha  esperienze interessanti di live europei. Cominciamo da questo per  parlare con Riccardo Prencipe:</p>
<p><strong>Quanta fatica bisogna fare per dare un senso economico a un lavoro elegante e potente come questo? </strong></p>
<p><em>Davvero tanta, c’è che preferisce acquistare un’auto nuova, io ho  provato a investire tutte le mie forze per avere un prodotto di ottimo  livello sonoro, che non abbia da invidiare al suono dei dischi di “Serie  A” della musica. Forse l’ho fatto perché penso che le nostre idee  stavano maturando e meritavano di essere ben esposte, se ho avuto  ragione o no lo dirà solo il tempo. Va però precisato che, a mio avviso,  la prima cosa sono le idee. Se scrivi musica di cattivo gusto puoi  investire qualsiasi cifra, resterà musica pessima, d’altro canto se hai  belle idee e buon gusto, anche una registrazione non impeccabile ti  permette di far capire che hai qualcosa dentro.</em></p>
<p><strong>Cosa hai voluto esprimere, sia dal punto di vista musicale che poetico, con questo album? </strong></p>
<p><em>Fette di vita raccolte e messe in cornice, ogni disco, libro o  qualsiasi altro prodotto che viene dalla creatività umana non è altro  che questo. Bisogna partire dal reale per condirlo di se stessi, almeno è  quello che provo a fare io; la squadra di musici mi aiuta tantissimo,  senza di loro non sarei nulla, ringrazio in particolar modo la squadra  dei live: Edo Notarloberti, Claudia Sorvillo, Umberto Lepore, Alessio  Sica; che mi è sempre vicina sia nelle poche situazioni facili che nelle  tante difficili. Sono poi tante le persone che ci hanno aiutato, in  primis gli appassionati di musica che con il loro prezioso passaparola,  più efficace di qualsiasi agenzia pubblicitaria.</em></p>
<p><strong>Personalmente trovo che A hail of bitter almonds sia il tuo lavoro più interessante fino ad oggi. Come proseguire da qui?</strong></p>
<p><em>Miro soprattutto a intensificare l’attività dei concerti, è  quello il momento più bello e soprattutto è il momento in cui si cresce,  si matura, si dialoga con chi ci segue. Sono tempi durissimi, se tutti  noi andassimo a più concerti e acquistassimo più dischi sarebbe tutto  meno difficile.<br />
Continuo a scrivere, ma cerco di scrivere meno e di intensificare e  variare il mio linguaggio, per questo bisogna vivere, mi interessa  andare verso un linguaggio diverso nella coerenza, spero di riuscirci.</em></p>
<p><strong>Come storico dell’arte,  soprattutto antica, senti molto certe influenze e le trasponi su questo  album. Sono aspetti diversi di uno stesso humus per te?</strong></p>
<p><em>Esattamente, sono molto legato a cosa scrisse il  fotografo-pittore Man Ray: “È stato sempre irritante per me sentirmi  chiedere, secondo l’attività del momento, se avevo deciso di abbandonare  l’una per dedicarmi all’altra. Non esisteva nessun conflitto tra le due  attività; perché la gente non riesce a capire che una persona può  impegnarsi in due attività nel corso della propria esistenza,  alternativamente o simultaneamente?” Aggiungerei inoltre che nel mio  caso le due attività si rinforzano e nutrono a vicenda, se una delle due  venisse a mancare ne risentirebbe anche l’altra. </em><br />
Virtutem Forma Decorat.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SlowFesta d&#8217;autunno &#8211; Ke Nako, Roma, 27 novembre 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 10:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche quest&#8217;anno SlowCult, il sito per cui scrivo recensioni, si appresta a festeggiare un altro anno di vita, e alé!! Anche quest&#8217;anno la festa è nutritissima di musica, letteratura e arte, tra cui le foto di Antonio Coppola di cui ho scritto qui sotto. Quest&#8217;anno ci sarò anche io, per la parte di letteratura, prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/11/locandina-slow-nov11.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-476" title="locandina-slow-nov11" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/11/locandina-slow-nov11.jpg" alt="" width="349" height="494" /></a>Anche quest&#8217;anno <a href="http://www.slowcult.com/eventi/slowfesta-dautunno-2011" target="_blank">SlowCult</a>, il sito per cui scrivo recensioni, si appresta a festeggiare un altro anno di vita, e alé!!</p>
<p>Anche quest&#8217;anno la festa è nutritissima di musica, letteratura e arte, tra cui le foto di Antonio Coppola di cui ho scritto qui sotto.</p>
<p>Quest&#8217;anno ci sarò anche io, per la parte di letteratura, prima di tutto a presentare il libro &#8220;Roma &#8211; L&#8217;impero del crimine&#8221; (Newton Compton) dell&#8217;immenso Yari Selvetella,  che vi consiglio con tutto il cuore. A presto la mia recensione!<br />
E poi a leggere alcune cose uscite su <a href="http://www.unonove.org/home.php" target="_blank">unonove</a>. Per il reading con me anche Margi de Filpo e <a href="http://www.andreachimenti.com/" target="_blank">Andrea Chimenti</a>, che si è molto generosamente prestato sia per la lettura che per l&#8217;accompagnamento musicale al pianoforte, per il quale saranno presenti anche Pier Luigi Zanzi a basso e voce, e Gianni Nicolai a chitarra e pianoforte.</p>
<p>Sarà molto bello e tutto ciò avverrà al<a href="http://www.kenako.eu/" target="_blank"> Ke Nako</a>, a Roma, a via dei Piceni 22, partire dalle 19.00. La parte letteratura sarà dalle 19.00 alle 20.30 circa. Occhio al programma comunque, ci sono cose splendide a seguire!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Antonio Coppola, compositore fotografico</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 10:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le immagini fotografiche di Antonio Coppola mi hanno colpito moltissimo, e mi sono sentita veramente onorata quando mi ha chiesto di scriverne una presentazione. Per l&#8217;annuale festa di SlowCult l&#8217;ho invitato a esporre le sue foto, e sono intanto molto felice di condividere il mio pezzo qui, uscito sia su SlowCult che su unonove. Andate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le immagini fotografiche di Antonio Coppola mi hanno colpito moltissimo, e mi sono sentita veramente onorata quando mi ha chiesto di scriverne una presentazione. Per l&#8217;annuale festa di <a href="http://www.slowcult.com/eventi/slowfesta-dautunno-2011" target="_blank">SlowCult</a> l&#8217;ho invitato a esporre le sue foto, e sono intanto molto felice di condividere il mio pezzo qui, uscito sia su<a href="http://www.slowcult.com/culture/antonio-coppola-portare-il-mare-dove-non-c%E2%80%99e-piu" target="_blank"> SlowCult </a>che su <a href="http://www.unonove.org/narrazioni/2011/11/18/%E2%80%9Cn%E2%80%99atu-munn%E2%80%9D-di-antonio-coppola-compositore-fotografico/" target="_blank">unonove</a>. Andate a entrambi i link per vedere foto diverse ;o)<br />
Per pubblicare qui il pezzo ho scelto questa. Per tutte le immagini ho scritto delle didascalie, e questa è una delle mie preferite.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/11/Arin.jpg"><img class="size-medium wp-image-470 aligncenter" title="Arin" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/11/Arin-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Stanno per salire a giocare le ultime sirene rimaste,<br />
sorridono dietro piccoli dorsi di mano.</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p><strong>“N’atu munn” di Antonio Coppola, compositore fotografico.</strong></p>
<p>Portare il mare dove non c’è più.</p>
<p>“N&#8217;atu munn”.</p>
<p>Oppure:</p>
<p>“Nat’u munn”?</p>
<p><span id="more-469"></span>Ovvero:</p>
<p>“Un altro mondo” o “Nato al mondo”: come vogliamo leggere questi scatti?</p>
<p>La certezza è che queste immagini sono un parto che fa nascere se stesso.</p>
<p>Ci dobbiamo chiedere: quale mondo è <em>alio</em>? Quello preso nello scatto e ri-generato, accarezzato, truccato, benvoluto, commosso, orgoglioso? O quello in cui viviamo che tollera tutta questa desolazione? Da quale mondo siamo fuori?</p>
<p>Antonio Coppola torna nei luoghi della sua infanzia ma non li trova. Non trova gli spazi, i piani a confine con l’orizzonte, il suono croccante delle ruote della sua bici su sterpi e ghiaino estivo. La superficie è coperta di urbanistica rigurgitata da geometri, metri cubi e cubici popolari, panni stesi e stanchi, fatica uguale a se stessa da ogni finestra.<br />
Allora lo ricrea, il suo mondo. Quello delle fabbriche abbandonate, delle pareti scrostate, dei muri glabri di vita, a volte graffitati di potenza e voglia di fuga in un altro mondo. Che non è quello lì, però. È un mondo di writers americaneggianti che da lontano sembrano meno disperati, e allora vale la pena di evocarli qui, a Napoli, zona orientale, alberi mozzati sotto il doppio viadotto di una tangenziale, cieli bordati di un turchese che non esiste in nessun luogo ma solo qui, in queste immagini che non compongono un’irrealtà, ma la sua immagine onirica possibile.</p>
<p>Chiamare queste immagini fotografie è una convenzione semantica, necessaria alla comunicazione. C’è uno scatto, certamente. C’è una composizione dell’inquadratura, una scelta di messa a fuoco, di luce e di ombra sugli oggetti, ma il lavoro continua a lungo, dopo; diventa elaborazione grafica che si prende, con autorevolezza e caparbietà, la libertà di un’espressione pittorica. Le immagini sono composte, sovrapposte, rielaborate in mille modi, ma – come Monet fino all’ultimo quadro – non perdono mai l’oggetto della rappresentazione, anzi, lo iper-rappresentano, lo rapprendono, quasi, come gelatina sul fuoco, lo cristallizzano e glassano.<br />
C’è un senso polveroso di dignità affermata nel voler dare uno splendore alla malinconia quasi fatiscente di questi luoghi di periferia stramazzata, un senso che funziona e che cattura e corrode lo spettatore, sedotto dalla bellezza che genera questa poesia, dal fastidio difficoltoso che nasce dalla certezza che sarà molto arduo porre fine a quell’abbandono, a quella desolazione, come se ci gravasse sopra una condanna ignave, meridionale.<br />
Viene voglia di abbracciarli e ripararli, quegli edifici. Popolarli di vita, di idee che li facciano tornare pulsanti, dignitosi, magari persino artistici, eclettici, di tendenza, di qualcosa, di questo mondo o di quell’altro, di N’atu munn, persino possibile, che li faccia tornare al mondo, rinascere, con tutto l’amore che l’occhio sensibile e struggente di Antonio Coppola ha saputo usare per comporli, come il più dolce dei tanatoesteti.</p>
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		<title>“Arrietty” la fine del mondo secondo Miyazaki</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 17:44:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione per SlowCult Hayao Miyazaki è forse il più grande creatore giapponese di cartoni animati, da Heidi a Lupin, da La città incantata a Il castello errante di Howl, per citarne pochissimi, ed è anche il fondatore di una casa di produzione fondamentale per l’animazione giapponese: lo Studio Ghibli. Dalla sua factory emerge qui per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/11/arrietty.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-466" style="margin-right: 10px; margin-left: 10px;" title="arrietty" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/11/arrietty.jpg" alt="" width="150" height="214" /></a>Recensione per <a href="http://www.slowcult.com/cinema/arrietty">SlowCult</a></p>
<p>Hayao Miyazaki è forse il più grande creatore giapponese di cartoni animati, da <em>Heidi</em> a <em>Lupin</em>, da <em>La città incantata</em> a <em>Il castello errante di Howl</em>, per citarne pochissimi, ed è anche il fondatore di una casa di produzione fondamentale per l’animazione giapponese: lo <em>Studio Ghibli</em>. Dalla sua factory emerge qui per la prima volta alla regia un collaboratore prezioso e disegnatore delle sue cose migliori (come appunto <em>La città incantata</em>), Hiromasa Yonebayashi – che non ha fatto rimpiangere il Maestro, autore comunque della sceneggiatura di questa piccola perla per adulti e ragazzi.</p>
<p>I temi infatti sono quelli da sempre al centro di Miyazaki: la natura, l’utilizzo delle risorse, la bruttezza del cinismo del mondo adulto incapace di rispettare la poesia del pianeta.</p>
<p>La fabula si ispira a un libro per ragazzi (tradotto in italiano con il titolo “Gli sgraffignoli”, in inglese “The borrowers”) dell’autrice britannica Mary Norton. È la storia di una famiglia di gnomi che vive nelle fondamenta della villa di una famiglia giapponese alla periferia di Tokyo. <span id="more-465"></span><!--more-->Gli gnomi (fisicamente uguali agli umani anche se in scala più piccola) sopravvivono sottraendo agli inconsapevoli padroni di casa minuscole cose necessarie al proprio sostentamento: foglie di tè, zollette di zucchero, spille, bottoni, spesso anche oggetti che per gli umani non hanno più valore, che verrebbero gettati via.</p>
<p>La famiglia della protagonista Arrietty, figlia unica quattordicenne di una coppia di gnomi, vive alla giornata con un senso di solitudine e paura incombente: temono di essere rimasti gli ultimi gnomi nell’universo, senza altri loro simili con cui creare legami, e convivono con la paura della loro morte se verranno scoperti dai padroni di casa, oltre che della fine di tutto il loro minuscolo mondo. Ma in questa atmosfera da sopravvissuti Arrietty è comunque un’adolescente curiosa, dentro cui la vita pulsa e grida: non resiste al richiamo del mondo, e durante un’uscita nel giardino viene vista dal ragazzo dodicenne malato di cuore che abita nella casa di sopra, Shō. Scatta tra i due una curiosità piena di tenerezza repressa, un innamoramento impossibile e struggente, che cambia gli equilibri del mondo di Arrietty: la presenza della famiglia di gnomi è scoperta e non gli resta che andarsene, con l’aiuto di un giovane gnomo incontrato per caso dal padre della ragazza: un coetaneo di Arrietty che vive orfano nel bosco in modo molto selvaggio, non addomesticato, immerso nella natura, totalmente diverso dalla famiglia “borghese” di lei, che in qualche modo scimmiotta in scala 1:10 la vita degli umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una fabula semplice ma densa, dove Miyazaki riesce a esprimere i suoi temi di sempre, come la condanna degli sprechi consumistici, la purezza dei ragazzi rispetto alla grettezza e il materialismo degli adulti, l’amore per la natura manifestato anche qui con immagini di una poesia struggente, liquida. I paesaggi del prato, le piante, i fiori, le farfalle, messi a fuoco con dettagli minuziosi che lasciano sullo sfondo la vitalità di un verde lirico e fiammeggiante, pulsante.</p>
<p>Ma rispetto ad altri lavori dello Studio Ghibli sono più forti alcune metafore e simbologie, soprattutto quelle relative alla “cacciata dal paradiso”. Non a caso il libro che legge Shō è proprio la Divina Commedia (con il titolo in italiano), e la fuga è da un mondo che sembra in equilibrio perfetto. Ma si tratta di qualcosa di precario, invece, qualcosa che non si è potuto tenere, e quando la famiglia deve fuggire dalle proprie sicurezze con l’aiuto del giovane selvaggio sembra proprio che l’unica salvezza per sopravvivere sarà quella di rinunciare all’inutile e imparare, di nuovo, a vivere con poco e con semplicità: forse è proprio quella la capacità perduta.</p>
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		<title>Quindici ottobre 2011: the winner is…</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 14:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha vinto Draghi, che è un uomo perbene. La risata di Franti non l’ha seppellito perché Franti non si è visto. Nonostante fosse 299.500 persone, si sono viste solo le restanti 500, gli ubriachi molesti che hanno rovinato la festa. I pochi teppisti erano visibili: fischiati, insultati, presi di mira da tutti gli altri, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/10/2011-10-15-15.11.38.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-436" title="2011-10-15 15.11.38" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/10/2011-10-15-15.11.38-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Ha vinto Draghi, che è un uomo perbene.<br />
La risata di Franti non l’ha seppellito perché Franti non si è visto. Nonostante fosse 299.500 persone, si sono viste solo le restanti 500, gli ubriachi molesti che hanno rovinato la festa. I pochi teppisti erano visibili: fischiati, insultati, presi di mira da tutti gli altri, ma quelli in uniforme non li hanno fermati. Hanno aspettato che la situazione degenerasse per aggredire in massa: cariche, lacrimogeni, camionette eccetera, il solito copione di quando si vuol far fallire una spinta.</p>
<p>Ero lì, fino alla prima carica. Li ho visti.</p>
<p>All’inizio, alla partenza del corteo, ho notato solo i poliziotti e carabinieri in borghese. Sono così facili da individuare, un esercizio la cui simplicitudine è pari a quella de “Il corvo parlante” della Settimana Enigmistica. <span id="more-435"></span>Riflettevo sul perché lo fosse; avevo enucleato appunti per un metodo che condividevo con gli amici: “Le scarpe, guardate le scarpe! Anche quelli più mimetizzati si riconoscono dalle scarpe” o dal logo “Attenzione, si tradiscono dalla maglietta che anche se è sdrucita ha il marchio Nike”. Ma poi ieri all’improvviso dopo anni di manifestazioni mi è stato totalmente chiaro da cosa si riconoscono gli infiltrati: hanno la faccia brutta. Che sia scocciata, annoiata o cattiva, hanno una faccia diversa dagli altri, emanano un’altra frequenza energetica. Ed è così palese, come buchi neri nel cielo stellato.<br />
Ma ieri non c’erano solo infiltrati. C’erano anche i &#8220;compagni che sbagliano&#8221;, c’erano i teppisti professionisti, gli ultras-de-tutto borderline e probabilmente anche gli anarco-fascisti. Sono arrivati più tardi, hanno aspettato strategicamente che il corteo fosse tutto distribuito da piazza Repubblica a Piazza S. Giovanni e poi hanno agito.<br />
Sono serviti a criminalizzare mediaticamente una bellissima folla carezzevole e colorata, una massa impressionante di gente che esprimeva consapevolezza e dissenso, che prendeva posizione.</p>
<p>Riflettevo su questo: sono le masse carezzevoli e colorate che “cambiano lo stato delle cose presenti” o le lotte dure e testosteroniche? L’amore per i più deboli asserito e assertivo, o l’odio che spacca?<br />
I diritti e il progresso sociale come li abbiamo ottenuti, col pacifismo o con lo scontro?</p>
<p>Io credo con lo scontro ma penso che adesso sia diverso. Credo che queste manifestazioni, pacifiche o violente, non cambino nulla dell’asse globale del mondo. Che l’eco debolissima dello sparo del lacrimogeno non possa sovrastare il brusio dell’aria condizionata di un ufficio agli ultimi piani di un palazzo asiatico dove se decide quanti ettari di terra fertile si debbano comprare in Etiopia; che non faccia alzare il sopracciglio di chi ragiona su oleodotti in paesi che finiscono per -stan di cui non conosciamo neanche la collocazione sul mappamondo; o faccia accarezzare la barba di uno sceicco quando ha finito di stabilire quanto greggio vada estratto quel giorno, per controllarne il prezzo mondiale.<br />
Le notizie politiche che davvero ci servono le potremmo trovare incartate dentro alle notizie noiose e troppo lunghe dei quotidiani di economia (non quelli italiani, comunque) se avessimo davvero la forza e costanza di leggerli, come faceva Sbancor che ci ha lasciati davvero tanto orfani.<br />
Il resto, di cui non vale neanche la pena di informarsi, sono squallori da piccola politica italiana, polituncoli da strapazzo, grandi e piccoli, che ormai da anni non forniscono una rappresentanza parlamentare alle mie idee politiche. Ideali politici. Anzi, di più: ideologie politiche, evviva le parole che pesano.</p>
<p>Io credo che queste manifestazioni non cambino nulla della direzione profonda nel mondo. Nulla di NULLA. E non ci vado per far finta di crederci, no. Ci vado per due motivi, personali.<br />
Il primo è un motivo politico: non è possibile non andare. Non dire chi sei, non dire che sei contro, non essere incluso nel conteggio di chi vede l’orrore, non dire no, non cantare, saltare e persino urlare, perché l’ignavia e l’indifferenza sono il Male, un male che ti risucchia e ti ammazza e toglie speranza agli altri, ci rende manichini vuoti e spenti, ci polverizza e ci nullifica tutti.<br />
Il secondo è personale: vado perché ho bisogno di sentire questa rete, questa appartenenza, questo mondo. Ho bisogno di non sentirmi aliena e sola, sconfortata, impaurita, preoccupata per il mio futuro (ma anche per il presente), e di quello delle persone che conosco –o che non conosco– e che amo.</p>
<p>Questo ho capito ieri: non è la politica parlamentare ad avere bisogno di me e della mia protesta, visto che i governi hanno ruoli molto marginali, dettaglistici. Si limitano per lo più a eseguire gli ordini di Lord Darth Finance Vader, che li mette in pratica in buona parte attraverso il braccio elegante, paternalistico, condiscendente delle grandi banche e delle loro istituzioni, come la Banca Centrale Europea.<br />
So the winner is Mr. Draghi.</p>
<p>Io continuo a cercare di ridere come Franti perché non saprei fare altrimenti, ma so di non essere convincente.</p>
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		<title>Recensione a &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 21:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sincero, dolente, affettuoso, scoperto. L’esordio romanzesco di Sergio Garufi, blogger garbato e erudito, uno dei maggiori conoscitori di Borges in Italia, è un obiettivo centrato in pieno, emanativo di cultura e sentimento, in equilibrio tra passione e cesello, soprattutto linguistico. Una prosa simile a quella dei talenti italiani recenti, come Lagioia e Desiati, che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/10/garufi-cover.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-429" title="garufi cover" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/10/garufi-cover.jpg" alt="" width="169" height="250" /></a>Sincero, dolente, affettuoso, scoperto. L’esordio romanzesco di Sergio Garufi, <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/" target="_blank">blogger</a> garbato e erudito, uno dei maggiori conoscitori di Borges in Italia, è  un obiettivo centrato in pieno, emanativo di cultura e sentimento, in  equilibrio tra passione e cesello, soprattutto linguistico. Una prosa  simile a quella dei talenti italiani recenti, come Lagioia e Desiati,  che si àncora certamente di più alla tradizione del dopoguerra come  Bassani, Buzzati, Flaiano, ma anche l’Ugo Pirro autobiografico di “Solo  un nome nei titoli di testa”, e soprattutto il magnifico Bianciardi de  “La vita agra”, piuttosto che cercare di imitare una prosa <em>moderna</em> con artifici stilistici a effetto. Per quanto Garufi utilizzi glosse  infrequenti a costo di apparire eccessivamente ricercato, è raro che le  ostenti fino in fondo: le stempera di umiltà nel magma testuale fino a  rasentare la autoumiliazione. È questo bilico che rende le sue pagine  così larghe e persino eroiche, in alcuni momenti, ma al contempo così  umane, commoventi e oneste.<br />
Garufi racconta se stesso come fa da sempre nel suo blog, usando qui  l’espediente romanzesco del morto che fa da io narrante, cucendo la  trama della sua vita attraverso quella delle persone/<em>personae</em> che acquistano i suoi libri presso un venditore di volumi usati, Lino,  con il quale condivide un pacato e rassegnato senso di fallimento di  vita. <span id="more-428"></span>Milanese trapiantato a Roma per un  amore che vive come ultima Thule del suo inconcludente excursus  sentimentale, il protagonista-narratore morto in un incidente stradale  assiste alla lenta svendita del suo unico vero patrimonio – la sua  preziosa biblioteca – come allo smembramento di parti del suo corpo,  sezioni di materia biologica su un tavolo autoptico.<br />
Da ogni libro o rivista rara venduto, che sia di arte o di letteratura o  critica, sgorga una piccola narrazione di sconosciuti acquirenti  dipinti con brevi ma efficaci pennellate che consentono, che cuciono  insieme, l’affresco finale della sua biografia.<br />
E quello che resta completata la lettura, più che gli aneddoti o gli  amori, le vittorie ma soprattutto le sconfitte, è alla fine una  lunghissima lettera di addio al padre morto suicida. La lettera di un  figlio che è stato abbandonato e che proprio per questo ama – con  impegno sensibile e delicato – il figlio della sua ultima, definitiva  compagna Anna, un bambino cambogiano adottivo che il protagonista  sceglie, adottandolo nel profondo e cicatrizzando la <em>sua</em> sensazione di abbandono, risarcendosi di ciò che ha perduto. L’io  narrante si fa padre di se stesso, e raccontandosi si ricostruisce. Per  questo è necessario che la zavorra cartacea della sua biblioteca si  puntinizzi come un Seurat decomposto: deve lasciarla andare, la sua  stampella, il suo rifugio dal sentire, per poter vivere davvero. La  dissoluzione metaforica del suo passato è necessaria perché solo se  smantella le sue difese può diventare davvero uomo, davvero padre: la  morte come momento della rinascita, il ricongiungimento e il perdono al  padre suicida per poter amare finalmente la donna giusta, la donna  perfetta, quella splendida figura di Anna che sa essere moglie, amante e  madre come solo la Donna Giusta può essere.</p>
<p><a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/06/il-padre-giusto/" target="_blank">La poesia e lo spirito</a><br />
<a href="http://www.unonove.org/narrazioni/2011/10/06/%E2%80%9Cil-nome-giusto%E2%80%9D-di-sergio-garufi/" target="_blank">Unonove</a><br />
<a href="http://www.slowcult.com/letteratura/il-nome-giusto" target="_blank">Slowcult</a></p>
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		<title>La fanciulla e il cavaliere</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 18:13:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un racconto molto importante per me. Fondamentale. Per una persona speciale, e unica. Grazie a Flavia Correani che me lo ha illustrato, come solo lei poteva fare. La fanciulla e il cavaliere La casa della fanciulla sovrastava il bordo dell’oceano dalla cima di una scogliera alta e così scura da sembrare nera, la notte. Era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/09/la-fanciulla-e-il-cavaliere.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-420" title="la fanciulla e il cavaliere" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2011/09/la-fanciulla-e-il-cavaliere-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
<p>Un racconto molto importante per me. Fondamentale. Per una persona speciale, e unica. Grazie a Flavia Correani che me lo ha illustrato, come solo lei poteva fare.</p>
<p><strong>La fanciulla e il cavaliere</strong></p>
<p>La casa della fanciulla sovrastava il bordo dell’oceano dalla cima di una scogliera alta e così scura da sembrare nera, la notte. Era una casa bianca con le imposte verniciate di azzurro; ogni sera la fanciulla sollevava dai davanzali i vasi di nasturzi e li poggiava a terra, e poi chiudeva le ante facendole ruotare sui cardini che gemevano di ruggine marina.<br />
La mattina appena sveglia spalancava le imposte dall’interno con una spinta vigorosa, facendole battere contro il muro: un suono secco e sordo per il suo buongiorno alla dimora. Guardava fuori verso l’oceano scrutandone il colore dalla finestra della sua camera da letto, a indovinare pioggia o sole, poi passava alla cucina per la vista sul suo frutteto: aveva diciannove alberi di mele, sempre carichi di frutti grossi e pieni di succo dolcissimo. Era rimasta orfana tre anni prima, ed era andata a vivere da sola in quella casa che le aveva lasciato in eredità sua nonna.<br />
Al villaggio conoscevano tutti la fanciulla e le sue mele, la sua casa solitaria bianca con le imposte azzurre poggiata sul prato arginato solo dal lato dalla scogliera. Venivano a trovarla. Prendevano la sua frutta. Alcuni lasciavano qualcosa in cambio, molti non lasciavano niente, a parte ringraziare con un sorriso. Bussavano alla porta e lei faceva entrare chiunque, offriva le sue mele, e tutti erano contenti.<br />
Avrebbe voluto che qualcuno si fermasse, ogni tanto; che restasse con lei a poggiare i vasi di nasturzi e chiudesse le imposte dall’interno; che restasse per sempre. Offriva la sua frutta perché sapeva che finché la regalava sarebbero tornati. Di giorno la fanciulla aveva quasi sempre compagnia, ma al tramonto se ne andavano tutti; la notte era sempre sola.<br />
<span id="more-419"></span>Ogni tanto aveva paura di se stessa allo specchio. Guardava i suoi riccioli neri lunghi fino alle caviglie e pensava che non valevano nulla se nessuno glieli pettinava e carezzava. Allora provava a scendere al villaggio, faceva il lungo tragitto a piedi scalzi con il cesto pesante di mele e si faceva notare per le strade, con le sue vesti delicate e i suoi splendidi capelli. Succedeva sempre che qualche uomo la guardasse, vedesse i suoi occhi trasparenti e candidi, e cominciasse a parlarle.<br />
Sperava sempre la fanciulla, sperava nei suoi capelli e nella dolcezza ricca dei suoi doni. Li invitava a prendere i suoi frutti, a addentarli; gli diceva che ce n’erano ancora, nella sua casa. Se loro volevano venire, da lei, sulla collina in cima alla scogliera. Erano incerti, ma andavano. Lei li attendeva con lenzuola fresche e profumate, gli parlava dei nasturzi e della scogliera ripida e impaziente di mare, e di tutte le cose belle che sapeva raccontare. La ascoltavano e rimanevano incantati, per un po’.<br />
Poi si ricordavano che non avevano nulla da offrirle. Non erano preparati, erano lì a mani vuote. E più lei splendeva e più loro si sentivano a disagio perché non avevano niente da donare, nulla per ricambiare. La fanciulla aveva imparato a riconoscere bene quell’imbarazzo, ne sapeva il significato sin dai primi sintomi. Allora il suo tempo interiore si incastrava tra speranza e paura.<br />
Glielo leggevano negli occhi insieme al suo candore che era spaventata, perciò anche loro si impaurivano e andavano via. Alcuni scappavano di nascosto quando faceva buio, senza dirle nulla. Altri farfugliavano scuse a occhi bassi, vergognandosi perché sapevano di aver rubato.<br />
E la fanciulla si trovava sola nella casa, la mattina, con le sue mele neanche finite di mangiare, abbandonate sul pavimento; come non fossero buone, non valessero nulla. Allora ne raccoglieva una da terra e scendeva lentamente la scogliera fino alla piccola spiaggia di frammenti di conchiglie chiare, e la addentava lei quella mela, immersa nelle onde fino ai fianchi, piangendo, mentre i suoi capelli nell’acqua dell’oceano diventavano lisci e lunghissimi, le ondeggiavano intorno e si aggrappavano come funi alle sue caviglie. E la mordeva singhiozzando chiedendosi perché non avessero voluto mangiarla, se era così buona. Perché non erano restati con lei, che aveva steso lenzuola profumate e reso tutto perfetto. Allora desiderava che le funi dei suoi capelli la trascinassero giù nel mare, la trascinassero a farla affogare così non avrebbe più sofferto quegli abbandoni, non sarebbero più esistiti né lei né il suo dolore.<br />
Restava lì per molte ore, finché la marea si abbassava e il tempo asciugava le sue lacrime e i capelli che tornavano ricci liberavano le sue caviglie. Poi risaliva la scogliera lentamente, accumulando a ogni passo una nuova speranza. Prima del tramonto era a casa, lavava le lenzuola in acqua profumata di lavanda e le stendeva sul filo, poi poggiava per terra i vasi di nasturzi, chiudeva le imposte e andava dormire, sognando prima di addormentarsi che qualcuno un giorno si sarebbe fermato; però era sempre più stanca di andare scalza fino al villaggio con la cesta pesante delle sue mele.</p>
<p>Un giorno vide arrivare da lontano un cavaliere. Non lo conosceva, non lo aveva mai visto. Montava una giumenta grigia e possente, vestito da un’armatura scura, la testa coperta del tutto da un elmo. Si fermò davanti a lei e smontò da cavallo, tolse l’elmo in silenzio e senza sorriderle; era diverso da tutti gli altri. Aveva occhi profondi e capelli corti e duri come fili di ferro, lo sguardo severo. La guardò dall’alto e lei si sentì molto piccola, ma senza paura. Si rese conto di essere  stanca, invece, stanca al punto da non riuscire a correre a prendere un frutto per offrirglielo. Gli disse soltanto «Vuoi assaggiare una mela? Sono buonissime.»<br />
«No, ho del mio.» le rispose. E poi aggiunse: «Sto tornando a casa dalla mia famiglia, non mi fermerò che cinque giorni da te, per far riposare il mio destriero.»<br />
La fanciulla avrebbe voluto obiettare ma non ci riuscì. Il cavaliere stava già togliendosi l’armatura e portava dentro casa la pesante sacca di cuoio che aveva sulle spalle. Ispezionò ogni stanza e infine uscì a osservare il frutteto, guardando ogni cosa con estrema attenzione. Lei gli camminava affianco, raccontando, ma lui di rado le rispondeva. Venne il tramonto e lei preparò una cena di pesce squisito, imbandì la tavola su cui aveva steso una tovaglia candida decorata con fiori dello stesso profumo del vino fresco che servì. Mangiarono tenendosi per mano e una volta finito lui la prese in braccio e la portò nel letto, le accarezzò a lungo i capelli e il corpo, e si fece accarezzare. La fanciulla era estasiata dalla pelle vellutata del cavaliere, dai suoi capelli di ferro, dai suoi baci bollenti e il modo in cui lui la teneva, con una forza piena di dolcezza che non aveva mai sentito prima. Alla fine lui si addormentò con la testa sui suoi seni e una lacrima minuscola appesa al ciglio.</p>
<p>La mattina il cavaliere aprì gli scuri e rimise sul davanzale i vasi di nasturzi mentre lei preparava la colazione, poi aprì la sua sacca e ne tirò fuori un’accetta.<br />
«A che ti serve?» gli chiese la fanciulla perplessa.<br />
«A tagliare cinque dei tuoi meli.»<br />
«Ma no! Perché? Ti prego, non farlo, ne ho bisogno!»<br />
«Non è vero, non hai bisogno di diciannove meli. Hai bisogno di una staccionata, invece.»</p>
<p>Si mise a lavorare cominciando a dare colpi di accetta al melo più grande e più bello, mentre la fanciulla piangeva. Lo buttò giù e le disse di staccarne i frutti e farne una composta, così avrebbe avuto da mangiare per sé durante tutto l’anno.<br />
La fanciulla raccolse le mele e le portò in cucina per lavarle e sbucciarle, poi le mise a bollire con miele e cannella, mentre lui continuava a dare colpi ai legni, tirandone fuori assi e pali. Nel pomeriggio cominciò a costruire un pezzo di staccionata con secchi colpi di martello, e lo coprì con le fronde tagliate dai rami. Poi prese una vanga e si mise a scavare lungo il perimetro esterno, e ci piantò dei semi di alloro. «Crescerà,» le disse «e non sarà più così facile vedere la tua casa e il frutteto da fuori.»</p>
<p>Ogni momento veniva qualcuno a trovare la fanciulla, giovani donne o uomini. Lui li scrutava a braccia conserte. Se li vedeva a mani vuote guardava la fanciulla negli occhi, e lei non li invitava a entrare. Furono molti quelli che andarono via.<br />
La fanciulla era felice, non vedeva l’ora che arrivasse la fine del giorno per imbandire di nuovo una tavola speciale per loro due, e passare ancora una notte insieme. Fu di nuovo profumo di spezie, di vino, di pelle carezzata, e notte di viso contro i suoi seni.</p>
<p>I giorni successivi continuarono così. Il cavaliere abbatté altri quattro alberi, completò il recinto e lo coprì con le fronde dei rami tutto intorno, piantando davanti la siepe di alloro che l’anno successivo sarebbe bastata a proteggere la casa da sguardi interessati e indiscreti. La fanciulla preparava conserve riempiendo barattoli che riponeva con amore nella dispensa.<br />
Gli amici diminuirono con il passare dei giorni; alla fine restarono in pochi, quelli che da sempre le avevano portato qualcosa, e la fanciulla li poté apprezzare di più, nel silenzio ormai calmo del suo giardino.</p>
<p>Venne il quinto giorno.<br />
Il cavaliere sulla porta della casa bianca con le imposte azzurre si guardava attorno a braccia conserte, ed era soddisfatto. La fanciulla lo raggiunse e lui la sollevò da terra per farle vedere meglio quello che aveva costruito per lei, e anche lo spazio guadagnato nel frutteto che permetteva ora di scorgere, tra gli alberi rimasti, l’orizzonte dell’oceano. Lei sorrise e gli mostrò la sua dispensa di barattoli pronti e chiusi, pieni di dolcezza, e poi lo portò davanti al suo specchio. Gli diede un paio di forbici e gli ordinò di tagliarle i capelli. Il cavaliere sgranò gli occhi e disse di no, ma lei gli mise le forbici in mano con un gesto deciso. Allora le si inginocchiò accanto e cominciò a tagliare, all’altezza dei fianchi. Con ogni ciocca che cadeva la fanciulla si accorgeva che i suoi capelli non erano più tutti neri ma che c’erano molti fili bianchi.<br />
Il cavaliere diede l’ultimo colpo di forbici con gli occhi cupi, poi raccolse i riccioli tagliati tra le mani, uscendo dalla stanza. La fanciulla si avvicinò allo specchio e si guardò attentamente, fissandosi nelle pupille e poi osservando il resto: il suo viso, la sua chioma, le spalle, i fianchi, le gambe, i suoi piedi. Tornando a fissare le sue pupille si disse che non era più una fanciulla ma una donna.</p>
<p>Al mattino lui raccolse ogni sua cosa e indossò l’armatura. La donna gli portò la giumenta fuori dalla porta e prima di montare in sella lui la abbracciò un’ultima volta baciandola sulla bocca. Indossò l’elmo e spronò il cavallo, allontanandosi al passo. Si girò solo una volta a guardarla, accigliato.<br />
Quando non riuscì più a vederlo la donna scese la scogliera e si immerse nell’oceano calmo, fino ai fianchi. Solo le punte dei suoi capelli si bagnarono, le caviglie restarono libere e lei si sentì integra. Non le aveva sottratto nulla, non aveva morso neanche una delle sue mele. Sorrise nel pianto e lo ringraziò dal cuore per la sua casa piena e protetta, per il suo vero amore.</p>
<p>Il cavaliere proseguì fino a mezzogiorno poi si fermò; legò la giumenta a una quercia e aprì la bisaccia sul fianco della sella: ci trovò una grossa mela, rossa e profumata, che la donna doveva avergli infilato lì di nascosto prima che partisse. La prese con due mani e la addentò piangendo. Chiedendosi cosa lo aspettava a casa, e se sarebbe mai potuto tornare dai suoi seni, un giorno.</p>
<p><a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/09/24/la-fanciulla-e-il-cavaliere/" target="_blank">La poesia e lo spirito</a></p>
<p><a href="http://www.unonove.org/narrazioni/2011/09/22/la-fanciulla-e-il-cavaliere/" target="_blank">Unonove</a></p>
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		<title>Lezioni di vita, e anche di tango &#8211; Anna Mallamo, manginobrioches</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 14:02:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ogni volta che la nomino un amico di Reggio Calabria che mi è molto caro  mi dice “Messina non esiste”, con quel razzismo della campana che noi italiani ci trasciniamo dietro da medievali generazioni. Credo abbia ragione, però. Anna Mallamo,  Manginobrioches, re(g)gina prestata a Messina, teorizzatrice e praticante del modello politico del Matriarcato Calabrese, nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2011/09/mallamo.jpg"><img class="alignleft" title="mallamo" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2011/09/mallamo.jpg" alt="" width="142" height="201" /></a>Ogni volta che la nomino un amico di Reggio Calabria che mi è molto  caro  mi dice “Messina non esiste”, con quel razzismo della campana che  noi italiani ci trasciniamo dietro da medievali generazioni. Credo abbia  ragione, però. Anna Mallamo,  <em>Manginobrioches</em>, re(g)gina  prestata a Messina, teorizzatrice e praticante del modello politico del  Matriarcato Calabrese, nella sua vita precedente era un distico  elegiaco. In questa, è un tango. Un tango scrivente. Pura sensualità di  parola, strazio e predominanza di femmina, non può che scrivere Anna  Mallamo, solo logos brivido e sogno. Non importa sapere altro di <em>Manginobrioches</em>,  lei è tutta qui nelle sue pagine, nel suo essere tango e argentina  magnagreca, nelle sue milonghe messinesi che non ci sono, a destra di  molte stelle. Quindi ha ragione il mio amico reggino: Messina non  esiste, e Anna Mallamo ne canta l’evanescenza, la polvere brumosa che si  allunga nello Stretto che lei unifica piantando un tacco su Scilla e  l’altro su Cariddi, sapiente e utile come mai un ponte.<img title="Continua..." src="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /> Questo libro racconta tutto ciò che è indispensabile che la nostra  anima sappia a proposito del tango, e della vita, se è per questo. Ne è  propedeutico all’iniziazione: fa vibrare i tacchi che non portiamo e  svolazzare i vestitini scollati e leggiadri che non abbiamo ancora osato  acquistare. Ma lo faremo. Ah, se lo faremo. <span id="more-416"></span>Le sue parole ci incatenano  con falsa, ingenua semplicità mentre cerchiamo invano di tenere tra le  mani questi architravi di spuma. Venticinque capitoli che sarebbe un  delitto leggere di fila: uno al giorno ne dobbiamo assumere, come perle  di saggezza zen, e poi dobbiamo dormirci sopra e dimenticarli, come gli  otto passi (o <em>arcani maggiori</em>) di questo che per semplicità chiamiamo <em>ballo</em>.  Leggiamo “Lezioni di Tango” e improvvisamente sappiamo cosa abbiamo  cercato di fare fino a quel momento, e quello che continueremo a fare da  ora in poi: ballare tango. Che sia in una scuola o salendo su un  autobus, dovremo disimparare a fare tutto il resto. Così potente è la  scrittura di questa donna, archetipamente scrittrice. O così  archetipamente donna è questa scrittrice. O, più semplicemente, tango.</p>
<p><a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/09/03/lezioni-di-vita-e-anche-di-tango/" target="_blank">La poesia e lo spirito</a></p>
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