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	<title>Monica Mazzitelli</title>
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		<title>Sorrentino omaggia Fellini, ma spreca bellezza</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 18:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli - Recensioni di cinema e spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Su L'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Su La poesia e lo spirito]]></category>

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		<description><![CDATA[Su questo blog non parlo quasi mai di cose che non ho apprezzato. Sono sensitiva e naif, penso sia meglio non immettere negativit&#224; nel cosmo, e la critica scatena energie da evitare: per me queste righe sono un piacere gratuito &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/sorrentino-omaggia-fellini-ma-spreca-bellezza/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/06/la-grande-bellezza.jpg" rel="" style="" target="" title=""><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-1606" height="204" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/06/la-grande-bellezza-300x204.jpg" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="la grande bellezza" width="300" /></a>Su questo blog non parlo quasi mai di cose che non ho apprezzato. Sono sensitiva e naif, penso sia meglio non immettere negativit&agrave; nel cosmo, e la critica scatena energie da evitare: per me queste righe sono un piacere gratuito di condivisione con voi, non un mestiere. Ma far&ograve; un&rsquo;eccezione per <em>La grande bellezza </em>di Paolo Sorrentino per due motivi principali: il primo &egrave; che alcuni lettori di <em>Tu, quore</em> mi hanno esplicitamente richiesto di scriverla (e al&eacute;!); il secondo &egrave; perch&eacute; Sorrentino ha un grandissimo talento, che da solo merita menzione e attenzione. Se fossi la sua zia acida, gli direi di smettere di scrivere i soggetti delle storie che gira, e di cercare piuttosto belle sceneggiature scritte da altri. E l&rsquo;altra cosa che gli direi, se fossi il suo zio arrogante, sarebbe di cercare di fare meno il fenomeno con la cinepresa, ch&eacute; ogni inquadratura la gira arzigogolata per far vedere che &egrave; bravo e ha le idee, ma cos&igrave; diventa come quei bambini che giocano da soli ma si girano a guardare la mamma per farsi dire che son bravi: se lo spettacolo di marionette &egrave; fatto bene, non ti accorgi mai delle mani che muovono i fili. Non sempre la spettacolarit&agrave; fa cinema, secondo me.</p>
<p></p>
<p>Ma veniamo al film, con una premessa fondamentale: io comprendo perfettamente le persone a cui questo film &egrave; piaciuto e anche i motivi per cui l&rsquo;ha fatto. Non solo perch&eacute; l&rsquo;arte, per me, &egrave; &ldquo;giudicabile&rdquo; solo con un metro semplice e ultrasoggettivo: d&agrave; piacere/non d&agrave; piacere, e il resto sono sovrastrutture, e che questa pellicola abbia un valore artistico &egrave; fuori da ogni dubbio. Ma soprattutto perch&eacute; &egrave; un film ricco di stimoli visuali e evocazioni simboliche, dalle pi&ugrave; clamorose &ndash;come le feste notturne &ndash; alle pi&ugrave; sottili, come i fenicotteri sul balcone, o l&rsquo;ascesa della scala santa.</p>
<p><em>La grande bellezza</em> sembra essere un remake de <em>La dolce vita</em>, di fatto, con momenti anche presi da<em> Roma</em>. Tutto pare indicare questa direzione, dalla cosa pi&ugrave; semplice (la struttura del titolo) alle frequentissime citazioni/evocazioni. E in effetti quest&rsquo;opera &egrave; un grande affresco della Capitale dei nostri tempi, e quindi un po&rsquo; anche di tutto il nostro paese, ma un affresco rinascimentale: si parla solo del clamore, del vippismo, di ci&ograve; che conta e riluce, come fosse una piena metafora del mondo televisivo: nei riflettori solo &ldquo;quello che conta&rdquo;, il resto &egrave; ombra, piccolezza, marginalit&agrave;. In questo senso, a titolo personale, ho trovato noioso questo film: narra di cose a me distanti, che trovo inutili, ininfluenti, del Potere allo stato puro e quindi distante dall&rsquo;Uomo, quasi suo antagonista.</p>
<p>Ma soprattutto, quello che mi allontana dal piacere di questo lavoro &egrave; che ho trovato non ci fossero sentimenti veri, momenti di reale dolore o tragedia, pura perfidia o autentico amore. Tutto &egrave; cos&igrave; superficiale, telefonato, illambente, le emozioni raccontate; nulla pare serio, concreto, vivo, neanche la disperazione. Troppe cose sono solo sfiorate ma non germogliano mai, non vanno a segno, e le &ldquo;frasi importanti&rdquo; che vengono sottolineate con grande fanfara di sceneggiatura alla fine sono di una banalit&agrave; abissale, ovviet&agrave; da romanzo di cassetta, retoriche in modo imbarazzante, autoconsolatorie e inutili. In questo senso anche le forti idee registiche di Sorrentino finiscono per diventare solo delle &ldquo;trovate&rdquo;, perdono l&rsquo;anima, non riescono a narrare, e forse la fanno perdere persino un po&rsquo; ai bravi attori, dal grande Servillo, che sta a questo film come Mastroianni sta a <em>La dolce vita</em>, alla Ferilli, che ha trovato un registro magnaniano piuttosto alto, e con Verdone che dopo un inizio ruvido e macchiettistico entra bene in parte. In sostanza, ritengo che la levit&agrave; felliniana diventi qui superficialit&agrave;, fatto solo salvo un personaggio realmente drammatico e grottesco, che mi ha lasciato un solco doloroso: Serena Grandi, tragica caricatura di se stessa.</p>
<p><a href="http://tuquore.com.unita.it/libri/2013/06/16/sorrentino-omaggia-fellini-ma-spreca-bellezza/" target="_blank">Tu, quore</a>, La poesia e lo spirito</p>
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		<title>Dal Film Festival di Setubal</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 20:33:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli - Recensioni di cinema e spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Su L'Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[Un festival molto ambizioso per una cittadina cos&#236; sonnacchiosa.. ma i film erano interessanti.. ne ho scritto per L&#39;Unit&#224;. Enjoy. Bielorussia: finire in cella per aver fatto un film Si svolge in questi giorni a Set&#249;bal &#8211;carina e sonnacchiosa cittadina &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/dal-film-festival-di-setubal/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/06/festroia.jpg"><img alt="" class="alignright size-medium wp-image-1602" height="300" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/06/festroia-214x300.jpg" title="festroia" width="214" /></a>Un festival molto ambizioso per una cittadina cos&igrave; sonnacchiosa.. ma i film erano interessanti.. ne ho scritto per<a href="http://www.unita.it/culture/bielorussia-finire-in-cella-per-aver-fatto-un-film-1.506144" target="_blank"> L&#39;Unit&agrave;</a>. Enjoy.</p>
<p><strong>Bielorussia: finire in cella per aver fatto un film</strong></p>
<p>Si svolge in questi giorni a Set&ugrave;bal &ndash;carina e sonnacchiosa cittadina vicino Lisbona&ndash; un festival ambizioso, <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.festroia.pt/" target="_blank">Festroia</a></strong></span>, che &egrave; arrivato al traguardo della sua ventinovesima edizione. Internazionale ma una vocazione molto europea, presenta una selezione indipendente e accurata di film scelti con curiosit&agrave; e apertura, con una ricerca di valore artistico non solo nell&rsquo;immagine ma anche nei contenuti emotivi. Non a caso ritroviamo sia Mika Kaurism&auml;ki, con il suo Road North, che soprattutto lo splendido Into the white, del regista norvegese Petter N&aelig;ss (<span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.unita.it/culture/into-the-white-la-guerra-senza-guerra-intervista-petter-naess-nordic-film-fest-roma-ron-harry-potter-1.497083" target="_blank">che abbiamo intervistato qui</a></strong></span>), uno dei pi&ugrave; probabili e meritevoli vincitori della selezione ufficiale di questo festival, presentati entrambi allo scorso Nordic Film Fest di Roma.</p>
<p></p>
<p>C&rsquo;&egrave; molta attenzione per le produzioni di tutta Europa, con spazio dedicato a paesi che si affacciano al cinema da tempi relativamente brevi (come i paesi della ex Jugoslavia, vincitori della scorsa edizione), o nazioni che non hanno ancora avuto riconoscimenti importanti, come il Belgio, a cui viene dedicato in questa edizione un tributo con ben 18 film, e un omaggio particolare a uno dei suoi attori pi&ugrave; prominenti, Jan Decleir.<br />
	In concorso nella selezione ufficiale una pellicola molto interessante e coinvolgente sotto il profilo emotivo: The broken circle breakdown di Felix van Groeningen. La storia di una coppia che deve affrontare la malattia della propria bambina facendo i conti, all&rsquo;interno di un grande amore, con qualcosa di immane che non pu&ograve; che distruggere o salvare. Girato con asciuttezza e sapiente sceneggiatura, con sovrapposizioni temporali e flashback che ne sono forte parte narrativa, declinata con ogni sfumatura dal tragico al comico, &egrave; un film molto maturo e scalfente.<br />
	Interessantissimo e sicuramente degno di un premio anche il film polacco del regista Krzysztof Lukaszewicz: Viva Belarus, basato in gran parte sulla vita di Franak Viachorka, un attivista politico che dopo essere stato mandato per 15 mesi in reclusione militare a Chernobyl inizia clandestinamente un blog per parlare degli abusi e le torture vissuti in quel contesto, creando un grande sommovimento civile e riuscendo &ndash; nonostante le vessazioni subite &ndash; a ottenere un regime migliore per gli internati, prendendo poi un ruolo politico. Non si tratta per&ograve; di un documentario quanto di un film con una forza cinematografica propria e reale, che scaturisce sicuramente dai suoi contenuti ma non solo.<br />
	La pellicola &egrave; stata presentata a Set&ugrave;bal dal regista accompagnato dallo stesso Franak Viachorka, ovvero colui al quale la storia &egrave; ispirata, che &egrave; anche coautore della sceneggiatura, e anche dall&rsquo;attore protagonista che lo interpreta, Dzmitry Vinsent Papko, che a causa della sua partecipazione al film non pu&ograve; al momento tornare in patria: s&igrave; perch&eacute; questo film, che non ha una distribuzione in Bielorussia ma pu&ograve; essere solo visto clandestinamente, ha avuto un impatto decisamente forte nel Paese, dove &egrave; stato osteggiato dall&#39;ex KGB, e le persone coinvolte nella lavorazione hanno subito persecuzioni e arresti. Insomma, un documento interessante raccontato con forza e emozione.</p>
<p>L&#39;articolo &egrave; uscito <a href="http://www.unita.it/culture/bielorussia-finire-in-cella-per-aver-fatto-un-film-1.506144" target="_blank">qui</a>, ma con una controbattuta dell&#39;ambasciatore bielorusso <a href="http://www.unita.it/culture/bielorussia-in-cella-per-un-film-e-un-trucco-1.506465" target="_blank">qui</a>.</p>
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		<title>Un Gatsby comunque Grande per Baz Luhrmann</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 21:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Su L'Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo molto timore a vedere The Great Gatsby, dopo Australia il mezzo flop che aveva seguito uno dei miei film preferiti di tutta la storia del cinema: Moulin Rouge. Avevo paura perch&#233; il trailer riverberava un tentativo di ricreare proprio &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/un-gatsby-comunque-grande-per-baz-luhrmann/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/05/the-great-gatsby.jpeg"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-1596" height="177" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/05/the-great-gatsby.jpeg" title="the great gatsby" width="284" /></a>Avevo molto timore a vedere <em>The Great Gatsby</em>, dopo <em>Australia</em> il mezzo flop che aveva seguito uno dei miei film preferiti di tutta la storia del cinema: <em>Moulin Rouge</em>. Avevo paura perch&eacute; il trailer riverberava un tentativo di ricreare proprio quelle stesse atmosfere, quel fragore sfrigolante, pareva quasi chiedere scusa della sua precedente piatta diserzione. E che un genio come Luhrmann facesse il verso a se stesso mi intristiva, irritava.<br />
	Senza voler leggere nessuna recensione sul film, sentendone solo un&rsquo;eco di vento negativa, sono andata a vederlo in versione 3D; tanto valeva &ndash; in caso &ndash; farsi del male fino in fondo.</p>
<p></p>
<p>Cos&igrave; &egrave; stato, in un certo senso: un film con almeno due grossi difetti; eppure, anche un grande film, comunque. Un film che fa flettere e riflettere, e che &ndash; rispetto al suo famoso predecessore diretto da Jack Clayton con protagonista Robert Redford &ndash; conserva molto pi&ugrave; un legame visivo-emblematico con la fisicit&agrave; del romanzo di Scott Fitzgerald, pur prendendosi alcune libert&agrave; sul testo; ed &egrave; molto pi&ugrave; profondo nello scavo dei personaggi, forse anche perch&eacute;, sorprendentemente, si appoggia di meno sulla fotografia e la patinatura delle immagini, lavorando pi&ugrave; su dialoghi e recitazione.<br />
	Ma togliamoci prima di torno i difetti, che non sono pochi. Prima di tutto, &egrave; totalmente vero che questo film scimmiotti eccessivamente <em>Moulin Rouge</em>. L&rsquo;utilizzo della musica nelle sottolineature anche di certi passaggi di montaggio &egrave; identico, cos&igrave; come certi movimenti di macchina, certi effetti di fast forward con blocco finale di inquadratura, come alcuni ralenti, sono copia carbone di se stessi, quasi delle autocitazioni da quanto sono evidenti, cos&igrave; come lo sono certi cromatismi spinti o alcune situazioni giocate sul filo dell&rsquo;assurdo (forse un po&rsquo; fuori tema rispetto al romanzo) che si sarebbero potute tranquillamente tagliare. Dieci-quindici minuti in meno avrebbero credo reso questa pellicola migliore, pi&ugrave; intensa e serrata.<br />
	Altro punto debole il 3D che, tolto qualche effetto vibrante di neve/pioggia all&rsquo;inizio, e pochi altri passaggi, era invadente nella fotografia: la necessit&agrave; continua (soprattutto all&rsquo;inizio di ogni scena) di inserire una &ldquo;quinta&rdquo; nell&rsquo;inquadratura per motivarne l&rsquo;uso finisce per rendere molti passaggi identici, ripetitivi, stancanti.<br />
	Difficile poi comprendere la scelta di un ragazzone piatto come Tobey Maguire per un ruolo cos&igrave; chiave, accanto al migliore attore di Hollywood, o forse il miglior attore e basta, un Di Caprio che senza farsi neanche pi&ugrave; accorgere di quanto &egrave; bravo riesce a dare ogni sfumatura dal bianco candito al nero inchiostro a un personaggio complesso come Jay Gatsby.<br />
	Ed &egrave; su questo che il film si riscatta dai suoi difetti e decolla: per le scene in cui, tolti gli orpelli inutili, lavora sui personaggi rendendoli molto pi&ugrave; veri e tridimensionali dell&rsquo;inutile 3D. Rispetto alla versione di Jack Clayton del 1974, sono molto pi&ugrave; chiari e definiti i sentimenti, le aspettative e i ruoli emozionali e umani di ciascuno dei personaggi. Infatti se nella versione con Redford la protagonista femminile Daisy era resa in modo molto ambiguo e scipito da Mia Farrow, qui &egrave; finalmente chiaro che nel fallimento dell&rsquo;incontro tra Jay e Daisy (Carey Mulligan, a tratti intensa) le responsabilit&agrave; siano da entrambe le parti. Daisy si tira indietro perch&eacute; Jay non sa accettare la realt&agrave; delle cose, non la ama per quella che lei &egrave;, vuole solo che lei aderisca a un modello che lui ha creato, pretendendo che si comporti esattamente come lui l&rsquo;ha desiderata, sognata, immaginata. Un prodotto di fantasia, non una donna vera. Esige che lei dica al suo rozzo marito Tom (ben interpretato da Joel Edgerton) che non l&rsquo;ha mai amato: la pone come condizione per l&rsquo;inizio della loro storia, vuole &ldquo;ripetere il passato&rdquo; e lo ammette. Come se la sua volont&agrave; potesse essere dettare legge all&rsquo;universo.<br />
	Perch&eacute;, come dice Nick Carraway/Tobey Maguire &ldquo;Gatsby, he had an extraordinary sense of hope&rdquo;: una &ldquo;speranza&rdquo; che &egrave; una molla quasi ottusa, caparbia, imperiosa, in un personaggio che resta per&ograve; cos&igrave; schizofrenico, cos&igrave; &ldquo;potente&rdquo; nella sua ricchezza mafiosa ma al contempo cos&igrave; infantile e fragile nella sua impossibilit&agrave; ad arrendersi. La modulazione vocale di Di Caprio &egrave; veramente dosata in modo perfetto, e nonostante il doppiaggio sia molto buono, non pu&ograve; nel suo caso che perdere molte sfumature rispetto all&rsquo;originale. Un altro motivo per preferire la versione in inglese con i sottotitoli rispetto a quella in 3D.</p>
<p><a href="http://tuquore.comunita.unita.it/2013/05/21/un-gatsby-comunque-grande-per-baz-luhrmann/" target="_blank"><em>Tu, quore</em></a></p>
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		<title>«Into the white»: la guerra senza guerra &#124; Intervista a Petter Næss al Nordic Film Fest di Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Apr 2013 14:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Su L'Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[Si &#232; concluso da poco il secondo Nordic Film Fest alla Casa del Cinema di Roma, organizzato in pool dalle ambasciate scandinave d&#8217;Italia: un&#8217;edizione ancora pi&#249; fortunata e partecipata della precedente, con film di altissimo livello che hanno davvero donato &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/into-the-white-la-guerra-senza-guerra-intervista-a-petter-naess-al-nordic-film-fest-di-roma/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si &egrave; concluso da poco il secondo Nordic Film Fest alla Casa del Cinema di Roma, organizzato in pool dalle ambasciate scandinave d&rsquo;Italia: un&rsquo;edizione ancora pi&ugrave; fortunata e partecipata della precedente, con film di altissimo livello che hanno davvero donato emozioni autentiche e profonde ai fortunati che sono riusciti, dopo lunghissime code, a guadagnarsi un posto in platea. Finalmente pellicole lontane da personaggi che non assomigliano alla nostra vita, che non ci sanno dare sentimenti profondi e sguardi nuovi e diversi sul mondo.</p>
<p><img alt="into the white" height="353" src="http://www.unita.it/polopoly_fs/1.497086%21/image/161058198.jpg_gen/derivatives/landscape_490/161058198.jpg" width="625" /></p>
<p>Tra i pi&ugrave; importanti lo splendido <i>Road North</i> di Mika Kaurism&auml;ki, che ha messo insieme due grandissimi attori per un road movie padre-figlio commovente e inedito, e l&rsquo;intensissimo <i>Mangiare dormire morire</i> di Gabriela Pichler, vincitore del premio del pubblico della <i>Settimana della Critica</i> di Venezia 2012, dove la regista ottimamente prodotta da China &Aring;hlander ha raccontato il mondo della marginalit&agrave; dell&rsquo;immigrazione e difficolt&agrave; di sopravvivenza nel mondo lavoro attraverso una storia orgogliosa e tenace, affidata ad attori non professionisti su cui spicca un&rsquo;incredibile protagonista, Nermina Lukac, di cui sentiremo certamente ancora parlare.</p>
<p></p>
<p>Ma il film pi&ugrave; centrale e importante del festival &egrave; stato sicuramente <i>Into the white</i>, del regista norvegese Petter N&aelig;ss, accolto dal pubblico con evidente emozione e calore, sottolineati da un doppio applauso. Ci voleva una terza pellicola di questo livello per raccontare ancora nel modo pi&ugrave; intelligente e obliquo possibile la Seconda Guerra Mondiale. Dopo <i>La sottile linea rossa</i> di Terrence Malick e il doppio film <i>Flags of Our Fathers/Lettere da Iwo Jima</i> di Clint Eastwood, ecco un altro lavoro che ci restituisce la guerra in tutto il suo umano orrore, in tutta la sua stupidit&agrave;. Un film che racconta gli uomini, la loro mascolinit&agrave; potente e quella fragile, che li descrive in ogni sfaccettatura.</p>
<p>Tre aviatori della Luftwaffe cadono dopo un&rsquo;azione atterrando nel mezzo del nulla nevoso, e al cominciare di una tempesta di neve trovano rifugio in un capanno di caccia. Dopo poco, vengono raggiunti da altri due aviatori di parte avversa, britannici della Royal Air Force, con cui sono costretti a dividere il rifugio, secondo i codici di guerra. Prigionieri gli inglesi, in un balletto di tentativi di riconquista del terreno perduto, tutto si muove lungo un doppio binario dove il regista norvegese Petter N&aelig;ss (candidato al premio Oscar per il miglior film straniero con <i>Elling</i>, nel 2002) ci porta per intelligenti spostamenti minimi a dimenticarci la storia raccontata dalla parte dei vincitori, dopo averci inizialmente dato qualche rassicurante coordinata sul tedesco ottuso e il britannico ragionevole, e anche di quella raccontata dalla parte dei vinti.</p>
<p>La verit&agrave; &egrave; che questo film non celebra la Storia, per quanto sia minuziosamente documentato, ma descrive gli uomini, le loro corazze, il loro desiderio di toglierle, anche se cameratesco, la loro capacit&agrave; di alternare crudelt&agrave; a piet&agrave;, il bisogno di obbedire e quello di trasgredire. C&rsquo;&egrave; un commovente filo di umanit&agrave; che lega insieme tutto il film, trasportato da una comicit&agrave; a tratti dirompente che fa per&ograve; ridere in modo caldo, anche se N&aelig;ss da bravo scandinavo ha un&rsquo;asciuttezza assoluta, e non concede nulla ai buoni sentimenti.</p>
<p>E c&rsquo;&egrave; una tensione drammatica e emotiva che fanno restare in sospensione fino alla fine (che in realt&agrave; prosegue oltre il tempo narrato nel film), tensione mirabilmente gestita da attori che N&aelig;ss ha diretto con sapienza teatrale: Florian Lukas (splendido in <i>North Face</i>), il semisconosciuto Lachlan Nieboer &ndash; che grazie a questo film far&agrave; moltissima strada &ndash;, il convincente Rupert Grint (il Ron di <i>Harry Potter</i>), il giovane e promettente David Kross, a cui spetta il ruolo pi&ugrave; ingrato, e dulcis in fundo Stig Henrik Hoff (unico attore norvegese tra i protagonisti) che &egrave; davvero una roccia e sa far evolvere il suo personaggio come raramente ci &egrave; dato di vedere, complice certo una sceneggiatura dove il regista ha saputo muovere gli attori come in un gioco di scacchi.</p>
<p><img alt="nordic into the withe" height="352" src="http://www.unita.it/polopoly_fs/1.497085%21/image/1312421702.jpg_gen/derivatives/landscape_490/1312421702.jpg" width="625" /></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Intervista a Petter N&aelig;ss</strong></em></span></p>
<p><strong>Sarebbe davvero un delitto se questo film non venisse presto distribuito in Italia; che speranze ci sono?</strong><br />
	Il film &egrave; stato acquistato per la distribuzione dalla BIM, resta da stabilire se verr&agrave; passato al cinema o distribuito solo in formato DVD o on demand, questo non &egrave; stato ancora deciso. &Egrave; stata un&rsquo;esperienza molto bella mostrarlo al pubblico italiano data la calorosa accoglienza che ha ricevuto. &Egrave; una storia universale, con attori potenti, ambientata nell&rsquo;esotica e selvaggia natura norvegese: spero che possa incontrare il favore del pubblico italiano al cinema.</p>
<p><strong>Hai scelto di raccontare una storia vera: hai avuto necessit&agrave; di modificarla molto per renderla cos&igrave; emozionante come viene fuori dal tuo film? </strong><br />
	S&igrave;, certo, la maggior parte di ci&ograve; che accade nel capanno &egrave; una creazione, tuttavia si basa su una grande conoscenza dei personaggi reali, della natura e delle condizioni storiche di quel momento. Gli avvenimenti sono comunque quelli narrati: il fatto che si siano sparati addosso e si incontrino nel capanno, e anche il finale con la pattuglia sciistica norvegese &egrave; relativamente autentico. Ma ovviamente non voglio rovinare la sorpresa agli spettatori con troppi spoiler.</p>
<p><strong>Hai scelto di raccontare questa storia perch&eacute; era troppo interessante per lasciarsela scappare, o perch&eacute; volevi trasmettere dei contenuti umani profondi?</strong><br />
	Entrambi. &Egrave; un fantastico set-up. E poi volevo raccontare una storia su ci&ograve; che accade quando i nemici si incontrano e loro pregiudizi vengono messi alla prova. Quando iniziano a prendere confidenza con le rispettive uniformi e devono lottare per sopprimere un crescente rispetto e riconoscimento dell&rsquo;altro. Quando cominciano a vedere forti analogie con se stessi. Volevo anche dire di quando si scopre che la storia che ci propongono non &egrave; vera, perch&eacute; il nemico non &egrave; quello che ci raccontano.</p>
<p><strong>Hai avuto contatti con i reali protagonisti di questa storia o le loro famiglie? Come hanno preso il film? </strong><br />
	Ho incontrato il vero Horst Schopis due volte prima che morisse, a 99 anni. E ho incontrato la sua famiglia e i suoi amici. Sono stati tutti molto aperti e generosi di storie e dettagli che ci sono stati molto utili, e tutti quelli che sono venuti alla prima sia in Norvegia e che in Germania erano molto commossi e entusiasti, e molto grati per il modo in cui lui e gli altri protagonisti sono stati ritratti nel film. Ho anche fatto una proiezione per alcuni veterani di guerra norvegesi, soldati e piloti che avevano combattuto contro i tedeschi, che si sono emozionati e commossi moltissimo. Temevo che si sarebbero risentiti del fatto che avevo ritratto i loro antichi nemici in un modo troppo &ldquo;umano&rdquo;, ma non &egrave; stato cos&igrave;: sapevano, avevano imparato, che il nemico era solo un altro essere umano. Questo riconoscimento &egrave; stato molto importante per me.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.unita.it/culture/into-the-white-la-guerra-senza-guerra-intervista-petter-naess-nordic-film-fest-roma-ron-harry-potter-1.497083" target="_blank">L&#39;Unit&agrave;</a></p>
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		<title>&#8220;Sparire&#8221;, di Fabio Viola</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 22:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Su La poesia e lo spirito]]></category>

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		<description><![CDATA[Il segreto &#232; nel sottile gioco sul filo dell&#8217;assurdo: implacabile, scomodo, masochistico. Suspense e mistero &#8211; cos&#236; lontani dal loro impiego furbo e dozzinale &#8211; portano a momenti di disagio e desiderio di fuga. Continuiamo tuttavia a leggere, voluttuosamente; costretti &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/sparire-di-fabio-viola/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2013/04/viola-sparire.jpg" rel="" style="" target="" title=""><img alt="viola sparire" class="size-medium wp-image-70367 alignright" height="300" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2013/04/viola-sparire.jpg?w=190" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="" width="190" /></a>Il segreto &egrave; nel sottile gioco sul filo dell&rsquo;assurdo: implacabile, scomodo, masochistico. Suspense e mistero &ndash; cos&igrave; lontani dal loro impiego furbo e dozzinale &ndash; portano a momenti di disagio e desiderio di fuga. Continuiamo tuttavia a leggere, voluttuosamente; costretti e ansiosi di uscire da certe situazioni evocate con tale precisione e tridimensionalit&agrave; da diventare a tratti insostenibili. Restiamo perch&eacute; &egrave; un mondo che non ci assomiglia e tuttavia riconosciamo, affrontandolo nelle nostre difficolt&agrave; oniriche, che qui diventano Letteratura. Dopo &ldquo;<a href="http://www.monicamazzitelli.net/recensione-di-gli-intervistatori-di-fabio-viola-per-la-poesia-e-lo-spirito/" target="_blank">Gli intervistatori</a>&rdquo;, convince in pieno anche la seconda prova di Fabio Viola, che pure qui riesce a toccare, senza alcun psicologismo, corde profonde dell&rsquo;inconscio. Va in onda il malessere, l&rsquo;incapacit&agrave; di reagire, il senso di impotenza, e simultaneamente il suo opposto: l&rsquo;iper-reattivit&agrave; senza controllo, l&rsquo;istinto all&rsquo;azione immediata che spesso ha pi&ugrave; [buon]senso di una diversa strategia.<br />
	Maggiormente narrativo rispetto al primo, questo romanzo ci porta all&rsquo;interno di una storia che inizia alla <i>Brazil</i>, dove il protagonista sembra esserlo suo malgrado: Ennio (un ragazzo italiano benestante e poco facente) parte per il Giappone alla ricerca della sua ex ragazza, Elisa.</p>
<p></p>
<p><img alt="" class="mceWPmore mceItemNoResize" src="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" title="Continua..." />Trasferita a Osaka dove lavora come insegnante di italiano presso la Hoshi, una scuola di lingue, smette di dare notizie di s&eacute; a parenti e amici. Ennio decide di andarla a cercare di persona. Diventer&agrave; pure lui insegnante, entrando in modo lento e confuso nella vita giapponese, filtrata soprattutto attraverso <i>gaijin</i> (cio&egrave; forestieri, come lui), che contribuiscono al suo senso di straniamento. Paradossalmente, per&ograve;, sono proprio le percezioni di distacco, di assenza di parole e reale comunicazione, che sembrano essere le condizioni per il sentimento: l&rsquo;amore vissuto solo in una dimensione di lontananza, separazione, silenzio.<br />
	Il protagonista-narratore ammanta la propria comunicazione con chiunque di una fitta rete di bugie, invenzioni, che per&ograve; in modo quasi sensitivo non diventano solo intuizione, ma cominciano a <i>creare</i> la realt&agrave;, modificano le cose. Seguendo l&rsquo;intreccio letterario assistiamo una serie di colpi di scena ma attenzione: entrano tutti di soppiatto, come anticlimax, quasi a dimostrare che alla fine non importano i fatti, la &ldquo;realt&agrave;&rdquo;, ma la percezione che ne ha il protagonista. Ci si chiede <i>cosa </i>conti, alla fine. La risposta &egrave; forse il nulla, come una depressione post coitale, perch&eacute; tutto ci&ograve; che si viene a conoscere, il mistero che lentamente si svela, non &egrave; pi&ugrave; centrale. Quasi una protesta contro la vita, contro il mondo, che resta comunque inconoscibile, inospitale, caotico, senza volitivit&agrave;, indifferente. Anche il sesso &egrave; spesso una spinta senza desiderio, piuttosto un fastidio fisiologico che si paga a un prezzo emotivo o pecuniario troppo alto per ci&ograve; che dona: illusione. Illusione di appartenenza, di intimit&agrave;, di controllo, di possesso. Non c&rsquo;&egrave; amore, in queste righe, perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; mai uno spostarsi da un oggetto a un altro, ma un continuo rovesciarsi su se stessi, senza riuscire tuttavia mai a incontrarsi, toccare il proprio intimo. Non c&rsquo;&egrave; emozione ma sensazione, reazioni psichiche compulsive: manca un motore, se non quello del dipanare la realt&agrave;, srotolare se stessi dalle proprie menzogne.<br />
	Le atmosfere, su tutto: questo romanzo &egrave; un grande film di immagini lisce e spesso spiacevoli, molto pi&ugrave; vicine a Blade Runner che a Wong Kar-wai; nessuna consolazione, nonostante i colori sgargianti dei neon tentino sempre di sovrastare una citt&agrave; definita come &ldquo;una distesa grigia&rdquo;, ma senza colpa.<br />
	<i>Sparire</i> &egrave; pi&ugrave; un nascondersi, camuffarsi al mondo, entrare in un bozzolo invece che uscirne. Tutti i personaggi sembrano incapaci di sapere ci&ograve; che realmente vogliono, inconsapevoli di loro stessi, bramosi di brama e insoddisfatti ma incapaci di sedarsi se non con il fingere di vivere in modo grandioso, anestetico. Solo il protagonista riesce alla fine a squarciare questo velo.<br />
	E il collante di questo romanzo resta sempre e soprattutto la prosa virile, precisa, larga e potente di Fabio Viola, i suoi dialoghi cinematografici e realistici, i suoi aggettivi perfetti e la sua punteggiatura scultorea, a regalare tutto un mondo.</p>
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		<title>Il miglior corto del 2013 si chiama Genesi&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 20:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Su L'Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; e lo ha girato Donatella Altieri. Ecco il mio pezzo che racconta la sua meritatissima vittoria al Bif&#38;st di Bari, ieri sera! &#8220;Genesi&#8221; il cortometraggio di Donatella Altieri vincitore al Bif&#38;st di Bari Per la prima volta il pi&#249; &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/il-miglior-corto-del-2013-si-chiama-genesi/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/03/genesi.jpg" rel="" style="" target="" title=""><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-1573" height="300" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/03/genesi-296x300.jpg" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="genesi" width="296" /></a>&#8230; e lo ha girato Donatella Altieri.</p>
<p>Ecco il mio pezzo che racconta la sua meritatissima vittoria al Bif&amp;st di Bari, ieri sera!</p>
<p><strong>&ldquo;Genesi&rdquo; il cortometraggio di Donatella Altieri vincitore al Bif&amp;st di Bari</strong></p>
<p>Per la prima volta il pi&ugrave; prestigioso festival di cortometraggi d&rsquo;Italia, il <em>ConCorto</em>, organizzato sin dal 1992 dall&rsquo;organizzazione romana di Arcipelago, &egrave; fuggito dalla capitale per approdare nel calde e accoglienti braccia del <strong>Bif&amp;st di Bari</strong>, manifestazione sempre pi&ugrave; importante del panorama nazionale. <strong>Felice Laudadio</strong>, direttore del festival barese, ha colto il polemico e accorato grido di dolore lanciato lo scorso giugno da <strong>Stefano Martina</strong>, direttore di Arcipelago, che lamentava una carenza drammatica di fondi e un&rsquo;impossibilit&agrave; a continuare a realizzare la manifestazione a Roma dove tra il Ministero dei Beni Culturali, il Comune Roma e la Regione Lazio, non c&rsquo;era mai verso di sapere se e quanti fondi sarebbero stati stanziati per il festival, nonostante la sua rilevanza anche internazionale.</p>
<p></p>
<p>Arcipelago si &egrave; dunque trasferito a Bari, dove quest&rsquo;anno la presidenza &egrave; di <strong>Ettore Scola</strong>, per continuare a portare il messaggio di innovazione che a partire dal 2002 &egrave; stato definito con il neologismo di <em>filmoide</em>, a voler indicare che i cortometraggi, per loro natura libera da vincoli commerciali e per l&rsquo;agilit&agrave; che li contraddistingue, possono essere un terreno di continua evoluzione e sperimentazione, un <em>metissage</em> che contenga nuovi linguaggi, storicamente dal digitale alle web series, dal <em>mashup</em> all&rsquo;animazione. Bari ha salvato Roma, quindi, e oggi Arcipelago pu&ograve; continuare a pensare solo a se stesso e alle proprie idee creative, a partire da una forma geograficamente e temporalmente liquida che porter&agrave; presto Stefano Martina in Cina, per un nuovo tour filmico a partire da Beijing.</p>
<p>Tornando per&ograve; ai contenuti dell&rsquo;edizione 2013 del <em>ConCorto</em> che si &egrave; appena conclusa con una partecipata premiazione al <strong>Teatro Petruzzelli</strong>, abbiamo raggiunto Martina per farci raccontare qualcosa sul film vincitore del <strong>Premio Michelangelo Antonioni</strong> di questa 20esima edizione, <strong><em>Genesi</em></strong>, di <strong>Donatella Altieri</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Stefano, perch&eacute; hai selezionato questo film?</strong></p>
<p><em>Devo dire che la cosa che mi ha pi&ugrave; colpito &egrave; stato l&rsquo;attore bambino, <strong>Claudio Salvato</strong>, per la sua grande capacit&agrave; espressiva che pur essendo &ldquo;professionale&rdquo; nell&rsquo;interpretazione, resta comunque fresco, spontaneo e schietto come la terra pugliese che ci ospita e su cui &egrave; stato girato questo cortometraggio. Poi chiaramente l&rsquo;immenso <strong>Roberto Herliztka (</strong>non presente alla premiazione perch&eacute; in scena a teatro con la sua pi&eacute;ce </em><strong>Ex-Amleto, </strong><em>NdR).<br />
	Ma oltre agli attori direi la grande dimensione filmica che narra, con una bellissima fotografia, la doppia chiave dell&rsquo;elaborazione del lutto, anche in senso antropologico, mostrandone pure la differenza nelle classi sociali, quella padronale e quella contadina. In questo senso, </em><strong>Genesi</strong><em> &egrave; pur nella sua brevit&agrave; un film assolutamente completo e ricco di significati, e pieno di poesia. </em></p>
<p><em>Ci tengo a sottolineare che quest&rsquo;anno la giuria presieduta dal regista <strong>Daniele Vicari</strong> &egrave; stata composta da 27 spettatori (e non di addetti ai lavori) che non hanno avuto nessuna difficolt&agrave; nell&rsquo;individuare in <strong>Genesi</strong> la pellicola vincitrice, e nello scegliere per la <strong>menzione speciale</strong> il cortometraggio</em> <strong>Rumore Bianco</strong> <em>di <strong>Alessandro Corsio</strong>, la storia di un commovente commiato di una ragazza, l&rsquo;ottima <strong>Claudia Vismara,</strong> al suo fidanzato in stato di coma vigile.</em></p>
<p>Abbiamo raggiunto anche la vincitrice, Donatella Altieri, per farci raccontare qualcosa sul suo emozionante lavoro.<br />
	<strong>Donatella, un cortometraggio che ha davvero tutto il sapore e il respiro del grande cinema. Per essere una quasi-opera prima, si resta senza parole. Ci racconti la genesi di Genesi?</strong><br />
	<em>Genesi nasce da una piccolissima suggestione, una fiaba della tradizione orale (Regina Lenticchia) che racconta il dolore di una mamma per la perdita di una figlia. Quando me l&#39;hanno raccontata l&#39;emozione &egrave; nata dal ritrovarsi dinanzi a un dolore urlato, mostrato senza ritegno, senza limiti. La mamma di Regina Lenticchia piange e si dispera, urla senza freni. Ma la meraviglia pi&ugrave; grande del racconto nasceva dallo scoprire che tutto intorno a lei chiedeva di partecipare al dolore: la natura si anima e le parla, le chiede il perch&eacute; del suo pianto e poi comincia a piangere con lei&#8230; e allora la &quot;porta batte la porta, la ciminiera trema e l&#39;albero si spoglia delle suo foglie&#8230;&quot;. Oggi siamo sempre pi&ugrave; abituati a pensare che il silenzio sia la forma pi&ugrave; alta di civilt&agrave; di fronte a grandi dolori. Per questa fiaba non &egrave; cos&igrave;. Questa &egrave; stata la piccolissima suggestione da cui Genesi ha mosso i suoi primi passi per arrivare a raccontare il dolore silenzioso di un uomo (o forse sarebbe pi&ugrave; giusto dire il suo silenzio doloroso!) che decide di intraprendere un percorso che lo porter&agrave; dalla solitudine e dal silenzio all&#39;incontro con un bambino, al pianto e alla trasformazione di quel pianto in discorso (come direbbe De Martino). Fino quasi a vincere il suo dolore.&nbsp;</em></p>
<p><strong>Come ti sei trovata a dirigere un grande attore come Roberto Herliztka?</strong><br />
	<em>Spesso si pensa che dirigere un grande attore sia qualcosa di terribilmente difficile. Posso dire che non &egrave; cos&igrave;. Un grande attore riesce a dare un contributo prezioso al tuo lavoro di regista, lo potenzia, lo rende unico e nuovo e meraviglioso ai tuoi stessi occhi. Avevo immaginato e visualizzato per mesi le scene del mio film ma, lavorando con Roberto, quelle scene davanti ai miei occhi sono state ragione continua di grande incanto.</em></p>
<p><strong>Questo lavoro &egrave; legato in modo potente alla cultura della tradizione orale, all&rsquo;espressivit&agrave; meridionale, al legame cultuale e mitico con la morte, pur celebrando la Vita. Quali sono gli aspetti che senti pi&ugrave; fecondi?</strong><br />
	<em>Von&nbsp;Gennep ricorda che&nbsp;nella tradizione contadina &ldquo;&#8230;si avvertiva il lauro del giardino della morte del&nbsp;suo padrone, sussurrandogli l&rsquo;annuncio e scuotendolo leggermente per impedirgli di seccare dal dolore&rdquo;. Davanti alla morte, gesti e parole di cura e di presenza erano destinate alla natura per esorcizzare il rischio di&nbsp;morte per chi rimaneva.&nbsp;Oggi invece l&rsquo;uomo vive utilizzando la natura come oggetto, non vivo, non palpitante, non portatore&nbsp;di diritti. Nessuna cura, nessun abbraccio, nessuna tenerezza. E la natura, violata e violentata,&nbsp;ha cominciato a morire. Mentre la natura muore, l&rsquo;uomo solo e disorientato nega la morte, la considera un tab&ugrave; minaccioso e insostenibile, non cerca pi&ugrave; i gesti e le parole del lutto, le uniche capaci di far morire la morte. Mi piace pensare che forse ci sar&agrave; un tempo in cui in un abbraccio l&rsquo;uomo e la natura si sussurreranno ancora le parole della cura e della&nbsp;complicit&agrave; e insieme, naturalmente, ritroveranno i sentieri e le parole della vita anche dopo aver incontrato la morte.&nbsp;Qualsiasi morte. E sar&agrave; una nuova Genesi.</em></p>
<p><strong>E adesso? :o)</strong><br />
	<em>E adesso voglio utilizzare tutta l&#39;energia che questo premio cos&igrave; prezioso mi ha donato per continuare a lavorare. Sto lavorando a tre progetti di documentario che spero di produrre nei prossimi mesi e sto scrivendo una nuova sceneggiatura che parla di fragilit&agrave;. Prendo questa energia e la metto tutta in questi progetti per farli decollare nel modo pi&ugrave; giusto.&nbsp;</em></p>
<p><a href="http://www.unita.it/culture/il-miglior-corto-del-2013-si-chiama-genesi-1.490258" target="_blank"><em>L&#39;Unit&agrave;</em></a></p>
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		<title>Re della terra selvaggia: quando le bambine perdono</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 21:37:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si &#232; scritto moltissimo e a ragione su questo film dell&#8217;esordiente Benh Zeitlin, regista trentenne autore di un piccolo capolavoro che &#8211;pur non avendo vinto nessuno dei quattro Oscar a cui era candidato &#8211; ha pur sempre meritatamente ottenuto le &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/re-della-terra-selvaggia-quando-le-bambine-perdono/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/03/re-della-terra-selvaggia.jpg" rel="" style="" target="" title=""><img alt="" class="size-medium wp-image-1568 alignright" height="168" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/03/re-della-terra-selvaggia-300x168.jpg" style="" title="re della terra selvaggia" width="300" /></a>Si &egrave; scritto moltissimo e a ragione su questo film dell&rsquo;esordiente Benh Zeitlin, regista trentenne autore di un piccolo capolavoro che &ndash;pur non avendo vinto nessuno dei quattro Oscar a cui era candidato &ndash; ha pur sempre meritatamente ottenuto le nominations. Un film girato con freschissima maestria, e con un impostazione che ricorda <em>Rosetta</em> dei Dardenne tanto nei contenuti psico-sociali quanto in quelli schiettamente filmici.</p>
<p>&Egrave; la storia di una bambina seienne, Hushpuppy, che vive con il padre in una baracca, allo stato quasi brado, in una regione paludosa della Louisiana soggetta a esondazioni. Il padre malato e alcolizzato si occupa rudemente e sciattamente di lei, puntando a renderla un&rsquo;adulta per evitare di assumersene vere responsabilit&agrave;.</p>
<p></p>
<p>La madre non vive con loro, non sapremo mai se l&rsquo;abbia lasciata al suo destino o se sia morta, e la bimba per sopravvivere alle sue condizioni di semi-abbandono e vincere le sue paure di sopravvivenza crea un mondo fantastico in cui si rifugia, nonostante sia anche popolato da creature inquietanti: animali selvaggi e preistorici rimasti intrappolati ai Poli durante la glaciazione che a causa del riscaldamento globale tornano &ndash; deibernati e vivi &ndash; a camminare sulla terra. E qui come al solito bisogna parlare del titolo del film, in originale <em>Beasts of the Southern Wild </em>(letteralmente <em>Bestie del sud selvaggio</em>) che in inglese resta ambiguo rispetto alla storia: chi sono le &ldquo;bestie&rdquo;, gli animali preistorici o gli umani? E se sono gli umani, chi li vede come tali? Il regista o il &ldquo;mondo civile&rdquo; di cui vivono ai margini? In italiano ha subito la mistificatoria traduzione di <em>Re della terra selvaggia</em>. Non c&rsquo;&egrave; un Re, semmai ci dovrebbe essere una Principessa, tuttavia questo &ldquo;errore&rdquo; di genere gi&agrave; ci porta in effetti nella direzione giusta. Nella traduzione, <em>in nuce,</em> il delitto di questa storia: la creazione di un Re da una bambina: negata la sua infanzia, il suo diritto di protezione e di cura. Al posto di questo, un falso potere, una falsa forza, una forzatura: la bambina &egrave; obbligata a trasformasi in una super-ragazzina, una Pippi Calzelunghe senza gioco, e nessuno che si accorga di quanto innaturale e ingiusto sia, nessuno degli amici alcolizzati e derelitti del padre che lo rimproveri di maltrattarla, tutti sono complici e favoreggiatori della sua solitaria crescita. Non che il regista faccia un plauso di questo padre, in effetti: Zeitlin resta forse &ldquo;neutrale&rdquo; rispetto a questa figura, limitandosi a raccontarla, ma non condannandolo di fatto lo <em>assolve</em>. Manca al film il momento del ribaltamento della prospettiva, qualcosa che riporti appunto un ordine etico, se non morale, in questa realt&agrave; scorticata; qualcosa che lasci vedere un&rsquo;altra parte di sguardo, come ad esempio nel musical <em>Hair</em> il pezzo in cui la moglie del ragazzo hippie di colore canta <em>Easy to be hard</em> e fa capire che &egrave; inutile ammantarsi di grandi ideali di fratellanza se poi si abbandonano moglie e figlio. Questo momento non c&rsquo;&egrave; mai, ed &egrave; una sconfitta totale dell&rsquo;infanzia quando la bambina verso il finale rassicura il padre morente mostrando i muscoli ed entrando in un urlato crescendo in cui lui le chiede &ldquo;Chi &egrave; l&#39;uomo qui?&rdquo; e la bimba risponde &ldquo;Io sono l&#39;uomo&rdquo;: ecco il Re-bambina, la bambina-soldato, sprotetta. La bambina inascoltata nei suoi bisogni, come indica il suo nome Hushpuppy (letteralmente a<em>zzittisci-cuccioli</em>), il nome di un dolce regionale che i cacciatori davano ai cagnolini troppo euforici, per farli stare tranquilli durante la caccia. <em>Tenuta buona</em>, che non voglia altro, che non chieda altro. Ma cosa potrebbe chiedere una bambina? Con quali mezzi emotivi pu&ograve; indicare i suoi desideri che non siano compiacere un padre brutale? Mentre la Rosetta dei Dardenne voleva &ldquo;una vita normale&rdquo; e lo ripete tutto il film perch&eacute; capisce e sa articolarne il concetto, cosa pu&ograve; scegliere Hushpuppy? Nulla, solo accettare un modello imposto da un adulto irresponsabile anche nella morte, e dalla comunit&agrave; in cui questo adulto si muove e prende sostegno, che guarda solo a se stessa, alla propria indisturbata conservazione.</p>
<p>Ma c&rsquo;&egrave; un altro fortissimo tema di cui parla il film, ed &egrave; uno dei pi&ugrave; forti e fondativi concetti di tutta la cultura &ndash; soprattutto letteraria &ndash; della nazione statunitense: il mito della natura come Giardino, che non andrebbe contaminato dalla modernit&agrave;, dall&rsquo;industrializzazione, dove il Selvaggio &egrave; per sua natura Buono, e la Macchina qualcosa che distrugge. &Egrave; una forma di ecologismo ante litteram che esiste dall&rsquo;era preindustriale di met&agrave; ottocento, sancito da romanzi ampiamente metaforici (<em>Moby Dick </em>in testa) ma anche dai romanzi avventurosi di Mark Twain, soprattutto <em>Le avventure di Huckleberry Finn</em>. Questo mito &ldquo;fondativo&rdquo; dell&rsquo; &lsquo;800 americano (che si connota sempre di pi&ugrave; come ecologismo nell&rsquo;era moderna) permea di s&eacute; il film dove la piccola Hushpuppy dichiara con assertivit&agrave; &ldquo;se un pezzo si rompe, anche il pi&ugrave; piccolo, l&rsquo;intero universo si rompe&rdquo; a intendere che tutto nel pianeta deve vivere in armonia, similmente alla teoria di Lorenz sul battito d&rsquo;ali della farfalla in Brasile che crea un tornado in Texas. C&rsquo;&egrave; il senso della perdita del paradiso in questa storia dove una diga impedisce alle acque di defluire, gli animali e le piante muoiono, tutto si distrugge e tornano le bestie selvagge a rimpossessarsi della terra: la Macchina nel Giardino toglie spazio alla Natura e quindi all&rsquo;Uomo.</p>
<p><em>Huckleberry Finn</em> &egrave; un riferimento fondamentale per comprendere <em>Re della terra selvaggia</em> perch&eacute; Huck e Hush (i loro nomi abbreviati sono quasi identici) sono di fatto lo stesso personaggio, e si trovano a vivere in sostanza le stesse &ldquo;avventure&rdquo;. Sarebbe inutilmente lungo elencare tutti i punti di contatto tra i due protagonisti, ma resta fondamentale cercare di capire quale enorme concentrazione di riferimenti culturali e mitici siano contenuti in questa pellicola, fino a portarla a un livello epico. Questa &ldquo;operazione&rdquo; &egrave; quella che di fatto toglie una possibilit&agrave;, quasi una volont&agrave; di giudizio sugli altri aspetti legati alla psiche della piccola Hushpuppy, che tenta invano di non perire nei suoi aspetti femminili e infantili.</p>
<p><a href="http://tuquore.comunita.unita.it/2013/03/17/re-della-terra-selvaggia-quando-le-bambine-perdono/" target="_blank">Tu, quore!</a></p>
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		<title>La luce sul Vajont</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Mar 2013 16:06:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Su L'Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo il mio pezzo su Dolomiti Contemporanee, ho sentito il desiderio di scrivere ancora per questo evento cos&#236; speciale e coinvolgente emotivamente. Esce oggi su l&#39;Unit&#224;, e tra qualche giorno per Bcomeblog, in una versione leggermente diversa. Intanto L&#39;Unit&#224;: Un &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/la-luce-sul-vajont/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/03/vajont1.jpg"><img alt="" class="aligncenter size-large wp-image-1562" height="381" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/03/vajont1-1024x610.jpg" title="vajont" width="640" /></a></p>
<p>Dopo il mio pezzo su <a href="http://www.monicamazzitelli.net/dolomiti-contemporanee-larte-oltre-2/" target="_blank">Dolomiti Contemporanee</a>, ho sentito il desiderio di scrivere ancora per questo evento cos&igrave; speciale e coinvolgente emotivamente. Esce oggi su l&#39;Unit&agrave;, e tra qualche giorno per <a href="http://www.bcomeblog.com/articoli/articolo/207/Arte-di-luce-per-il-Vajont" target="_blank">Bcomeblog</a>, in una versione leggermente diversa. Intanto <a href="http://www.unita.it/viaggi/illuminiamo-il-vajont-quasi-50-anni-dopo-con-un-raggio-di-luce-d-arte-1.486888" target="_blank">L&#39;Unit&agrave;</a>:</p>
<p><strong>Un raggio di luce sul Vajont</strong></p>
<p>Sono quasi cinquanta anni dall&rsquo;anniversario dell&rsquo;olocausto del Vajont: il 9 ottobre 1963 un&rsquo;immane e annunciata (a gran voce sulle pagine de L&rsquo;Unit&agrave; dall&rsquo;indimenticabile Tina Merlin) frana del Monte Toc all&rsquo;interno del bacino artificiale della diga del Vajont, produce un colosso di acqua e detriti che spazza via la vita di quasi duemila persone, e delle loro case, travolgendole a una velocit&agrave; di cento chilometri orari per settanta metri di altezza. Una forza talmente devastante che nessuno dei cadaveri ritrovati ha indosso alcun capo di abbigliamento: la potenza dell&rsquo;onda ha rimosso e divorato ogni cosa sul suo cammino.</p>
<p></p>
<p>Ma oggi, mesi prima di questo piangente anniversario che sar&agrave; ricordato con tutta la necessaria solennit&agrave;, oggi che non &egrave; anniversario di nulla, alle 18.30, da Casso, potremo assistere a un segnale di vita e di luce: un fascio potente, al crepuscolo, illuminer&agrave; quel muro di cemento intatto e inutile; statico, morto, silente.<br />
	&Egrave; molto difficile lambire il dolore di chi custodisce collettivamente un evento cos&igrave; madornale e soverchio. Anche dopo 50 anni resta sempre una comprensibile gelosia del lutto, che rende dolorosa qualsiasi narrazione &ldquo;esterna&rdquo;. Forse l&rsquo;unico modo di entrare senza far male, disarmati, &egrave; quello di usare l&rsquo;arte per comunicare, per incidere senza scalfire, per suturare i tagli: &egrave; probabilmente l&igrave; il senso di questa istallazione luminosa dell&rsquo;artista <a href="http://www.stefanocagol.com/">Stefano Cagol</a> voluta da <a href="http://www.dolomiticontemporanee.net/DCi2012/">Dolomiti Contemporanee</a> per il <a href="http://www.dolomiticontemporanee.net/DCi2012/2012/07/03/dccasso/">Nuovo Spazio espositivo di Casso</a>, di cui ci siamo gi&agrave; occupati <a href="http://www.unita.it/culture/dolomiti-contemporanee-arte-per-le-ferite-del-vajont-1.446033">qui</a>. Il titolo di questo progetto &egrave; &ldquo;<a href="http://www.endofborder.com/introduction.html">La Fine del Confine/The End of The Border: the Start&rdquo;</a> e porta in s&eacute; tutto il desiderio non di nascondere un passato o obliarlo, ma di dargli una vita nuova, una possibilit&agrave; di manifestare la propria essenza con volto contemporaneo, creativo nel senso pi&ugrave; etimologico del <em>creare</em>, l&rsquo;arte per un ponte di luce. A maggior ragione in questo caso, dove questo fascio luminoso di 15 chilometri non rester&agrave; congelato l&igrave;, contro la diga, ma continuer&agrave; un percorso: prima andando domani a colpire a Cortina d&#39;Ampezzo la Parete Sud della Tofana di Rozes, un icona montana patrimonio Unesco, ma continuando oltre: la luce accesa a Casso come una fiaccola olimpica di speranza attraverser&agrave; tutta l&rsquo;Europa per approdare cinquemila chilometri pi&ugrave; a nord, alla Triennale di Barents, che si terr&agrave; a Kirkenes, citt&agrave; norvegese del Circolo Polare Artico.</p>
<p><em>Chiediamo a Gianluca D&rsquo;Inc&agrave; Levis, direttore di Dolomiti Contemporanee, qual &egrave; stata la genesi di questo evento culturale, e con quale intento l&rsquo;ha scelta.</em><br />
	Alcuni degli elementi principali del &ldquo;movente culturale&rdquo; di The End of the Border, sono gi&agrave; ben evidenziati nella tua introduzione. Vorrei fornire qualche altro spunto: da alcuni mesi, lavoriamo nel Nuovo Spazio di Casso, un centro espositivo, che occupa l&rsquo;edificio di una ex scuola, che fu danneggiata, e chiusa, proprio dalla Tragedia del Vajont, nel 1963.<br />
	L&rsquo;idea di riaprire questo Spazio, trasformandolo, non accettandone la chiusura (perenne), &egrave; in fondo la stessa che ci ha portato a lavorare con Stefano Cagol su The End of the Border.<br />
	Il raggio di luce sulla diga offre una metafora, semplice, diretta, forte, che per&ograve; non ha nulla di sguaiato, ed &egrave; silenziosa. La luce &egrave; la vita. E la luce della vita ha molto senso in un luogo segnato dalla morte.<br />
	La morte non va accettata, non ne va accettato il dominio, il governo, intendo. In questo senso, riaprire l&rsquo;ex scuola per farne un centro d&rsquo;azione vitale (cio&egrave; d&rsquo;arte), e voler creare un&rsquo;immagine di luce che superi la passivit&agrave; di fronte alla morte, &egrave; la stessa cosa.<br />
	Vorrei essere ben inteso, su questo punto. La nostra convinzione &egrave; che a nessun genere d&rsquo;inerzia (morte) vada concesso il diritto di divorare la vita. La storia del Vajont &egrave; terribile. &Egrave; la storia personale di alcuni uomini, la storia del dolore privato delle persone che subirono quel fatto. In queste storie personali, noi non entriamo. Ma questa storia &egrave; anche una storia totalmente pubblica, che appartiene all&rsquo;uomo, all&rsquo;umanit&agrave; intera. Rispetto alla dimensione pubblica di quell&rsquo;evento terribile, proporre un&rsquo;opera pubblica, cio&egrave; un modello di azione condivisa, &egrave; plausibile, e giusto. Io non credo affatto che questi luoghi debbano rimanere, per sempre, i luoghi della Tragedia, della sola Tragedia. Ci dev&rsquo;essere la possibilit&agrave; di un&rsquo;identit&agrave; contemporanea, per questi luoghi. C&rsquo;&egrave; un&rsquo;opzione di libert&agrave;. La morte non potr&agrave; abitarli, incontrastata, per sempre, questi luoghi. Essi possono, direi debbono, poter essere altro da quello. Senza che ci&ograve; voglia dire, naturalmente, dimenticare. Fare la luce non equivale in alcun modo a dimenticare. Nessuno che abbia senno dimentica. E nessuno che abbia senno e coraggio cessa di vivere perch&eacute; la Tragedia venne. L&rsquo;uomo vive, e deve voler vivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ego Est &#8211; Ritratti di Onze</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Mar 2013 15:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli - Recensioni di arte]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente ho avuto modo di parlare di un artista che seguo da sempre, Stefano Centonze, in arte Onze, facendogli anche un intervista per Bcomeblog.. enjoy!! &#160; Stefano Centonze, aka Onze, &#232; un artista che da oltre vent&#8217;anni ha dato un &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/ego-est-ritratti-di-onze/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="testo">
<p>Finalmente ho avuto modo di parlare di un artista che seguo da sempre, Stefano Centonze, in arte Onze, facendogli anche un intervista per <a href="http://www.bcomeblog.com/articoli/articolo/193/Ego-Est---Ritratti-di-Onze-con-un-intervista-all-autore" target="_blank">Bcomeblog</a>.. enjoy!!</p>
<p><em>&nbsp;<img alt="" height="542" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze1.png" width="540" /></em></p>
<p>Stefano Centonze, aka Onze, &egrave; un artista che da oltre vent&rsquo;anni ha dato un senso potente, contemporaneo e innovativo alla definizione &ldquo;illustratore&rdquo;. L&rsquo;ha fatto soprattutto con la sua capacit&agrave; di infondere uno spessore completamente artistico alla difficile arte del fornire un&rsquo;iconografia a storie, trame, concetti, avvenimenti, persone: ritratti non ritratti, formule libere, &ldquo;illustranti&rdquo;, di ci&ograve; che un viso o un corpo, fotografati, nascondono.</p>
<p></p>
<p>Onze svelatore di essenze per sottrazione, per aggiunta, per scomposizione: ogni opera &egrave; illustrazione ma anche quadro, esiste a prescindere da ci&ograve; che narra, pur essendone l&rsquo;essenza. E la sua tecnica &egrave; ibrida, sovrapposta: si parte da un disegno manuale ma c&rsquo;&egrave; il collage, la pittura di macchia, la composizione fotografica, il segno della china, il pennello, l&rsquo;immagine sottratta e decontestualizzata che diventa campitura, le linee che ripetono le forme e i contorni, le sottolineano. Onze prende i pezzi e li vede staccati, come le diverse prospettive di Picasso, e li sovrappone anche cromaticamente come certe opere dell&rsquo;astrattismo tedesco (le incisioni di Heinz Kreutz, ad esempio) ma non perde mai il contatto con la forma della rappresentazione: tutto resta comunque riconoscibile pur nella sua trasfigurazione, non rinuncia a essere iconografico, alla sua vocazione. Proprio per questo suo lavoro cos&igrave; complesso, unico, elaborato, le sue opere sono cos&igrave; riconoscibili, il suo stile inconfondibile, a prescindere da quale tavolozza usi, o non usi. Onze ha collaborato con quotidiani e riviste di ogni tipo in Italia, da Repubblica al Manifesto, e ha prodotto decine di copertine di libri (la collana &ldquo;Contromano&rdquo; di Laterza &egrave; interamente sua), meritando una personale all&rsquo;istituto italiano di Cultura di Tokyo nel 2009.</p>
<p><img alt="" height="439" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze8.png" width="540" /></p>
<p>Questa volta per&ograve; la questa mostra che si inaugura domani 16 febbraio alla Pescheria di Roma Pigneto (Via Galeazzo Alessi 59) mette in esposizione un lavoro diverso dal solito.</p>
<p><strong>Onze, raccontaci <em>Ego Est</em>.</strong><br />
		I personaggi ritratti (Anna Clementi, Cascao, Lady Maru, Lilith Primavera, Lola Kola, Nara StrabOcchi, Nikky,&nbsp;&Oslash;kapi)&nbsp;li ho invitati a casa mia uno per volta, abbiamo chiacchierato, mangiato e ho scattato delle foto in bianco e nero nel soggiorno. Avevo un&#39;idea di come comporre l&#39;immagine, mi riferivo a qualcosa che avevo abbozzato a matita ma poi le sessioni andavano anche sull&#39;improvvisazione. &nbsp;Poi in totale solitudine ho elaborato gli scatti con sovrapposizioni, segni, scomposizioni, colorazioni. A ognuno di loro ho dedicato uno sguardo ammirato.<br />
		I ritratti di EGO EST non li considero Illustrazioni.<br />
		Non solo perch&eacute; sono fotografie digitali, ma anche per il fatto che nascono per un mio piacere a iconizzare le celebrit&agrave; della scena nightclubber e musicale di Roma Est.&nbsp;<br />
		E guarda caso gli otto personaggi ritratti hanno collaborato a vari progetti musicali e video con La Pescheria che mi ha proposto di fare una mostra da loro.</p>
<p><strong>Rivendichi &ndash; giustamente &ndash; la definizione di &ldquo;illustratore&rdquo; per la tua opera artistica, definizione che ha un sapore quasi desueto. Perch&eacute; &egrave; cos&igrave; importante per te questo ancoraggio?</strong><br />
		Effettivamente mi capita spesso di dover spiegare cosa sia il mestiere che faccio, il che significa che &egrave; un argomento poco chiaro a molti. Spesso si confonde l&rsquo;illustratore con il graphic designer.<br />
		Penso sempre che un&#39;illustrazione non viva di vita propria come un quadro. Quindi considero illustrazioni solo il mio lavoro pubblicato, al servizio di qualcosa che preesiste, come un romanzo da pubblicare, ed inserito in un contesto grafico.<br />
		Ho sempre amato guardare le figure dei libri e i cartelloni del cinema, il lavoro di Dudovich, Boccasile, Gruau, Pinter, De Seta.<br />
		In realt&agrave; vorrei che non si dimenticasse mai che mestiere sia questo. Perch&eacute; mi ha fatto sempre fantasticare, anche nel tentativo di capire a che genere di storia si riferisse quell&#39;immagine che stavo guardando.<br />
		Inevitabilmente da piccolo mi sono pi&ugrave; affidato alla copertina che al libro o perch&eacute; non sapevo ancora leggere o perch&eacute; il cartellone del film che stavo ammirando era vietato a un bambino.</p>
<p><strong>&nbsp;Ci parli di come lavori sui corpi?</strong><br />
		Quando disegno guardo molte foto e molti film. Mi piace sintetizzare il colpo d&#39;occhio (questa credo che sia una &quot;deformazione&quot; da illustratore). Osservo molto come il corpo si atteggia. Cerco lo scorcio che sia immediatamente chiaro. Pi&ugrave; che verosimile o spontaneo mi piace che sia efficace graficamente e questo diventa chiaro quando lo traccio sulla carta con la matita e lo posso vedere rappresentato.</p>
<p><em><img alt="" height="699" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze2.png" width="540" /></em></p>
<p><em><img alt="" height="539" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze7.png" width="540" /></em></p>
<p><em><img alt="" height="719" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze5.png" width="540" /></em></p>
<p><em>&nbsp;</em></p>
<p><em><img alt="" height="759" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze4.png" width="540" /></em></p>
<p><em><img alt="" height="538" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze3.png" width="540" /></em></p>
<p><em><img alt="" height="486" src="http://www.bcomeblog.com/upload/images/onze9.png" width="540" /></em></p>
<p>Pescheria di Roma Pigneto &#8211; Via Galeazzo Alessi 59 &#8211; dal 16 febbraio</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Il sospetto&#8221; di Thomas Vinterberg</title>
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		<comments>http://www.monicamazzitelli.net/il-sospetto-thomas-vinterberg/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2013 14:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli - Recensioni di cinema e spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Su L'Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[Lucas (Mads Mikkelsen) e Theo (Thomas Bo Larsen) sono cresciuti insieme in una piccola cittadina della campagna danese, andando spesso a caccia con un gruppo storico di amici. Theo e la moglie litigano di frequente e a farne le spese &#8230; <a href="http://www.monicamazzitelli.net/il-sospetto-thomas-vinterberg/">Read the rest of this entry <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/02/il-sospetto.jpg" rel="" style="" target="" title=""><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-1515" height="176" src="http://www.monicamazzitelli.net/wp-content/uploads/2013/02/il-sospetto-300x176.jpg" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="il-sospetto" width="300" /></a>Lucas (Mads Mikkelsen) e Theo (Thomas Bo Larsen) sono cresciuti insieme in una piccola cittadina della campagna danese, andando spesso a caccia con un gruppo storico di amici. Theo e la moglie litigano di frequente e a farne le spese &egrave; la loro secondogenita Klara, una bimba di 5 anni che frequenta l&rsquo;asilo dove Lucas ha trovato un lavoro temporaneo &ndash; avendo perso un posto da insegnante a causa dei tagli alla scuola. I genitori di Klara la trascurano molto e, nel momento in cui Lucas la tratta in modo gentile e protettivo, la bambina sviluppa per lui una cotta infantile: gli regala un cuore e lo bacia sulle labbra.</p>
<p></p>
<p>Lui le spiega con dolcezza che questi comportamenti non vanno bene ma la bambina, ferita nell&rsquo;orgoglio e senza rendersi conto delle conseguenze, dice alla preside che Lucas le ha mostrato i suoi genitali, descrivendo la cosa con le stessa parole che ha usato suo fratello maggiore il giorno prima, mentre le mostrava brutalmente uno spezzone di un filmato porno. Da qui in poi, nonostante la bambina provi a ritrattare, comincia la caccia al maniaco, che neanche uno scagionamento giudiziale fa arrestare.</p>
<p>Dopo il grandissimo successo di <em>Festen</em> del 1998 (il primo film girato secondo i canoni estetici del movimento del Dogma 95, creato dal regista con Lars Von Trier) seguito da tre flop, il regista danese Thomas Vinterberg &egrave; riuscito a siglare di nuovo una pellicola di successo (meritatissima Palma d&rsquo;Oro come miglior attore per Mads Mikkelsen lo scorso Cannes), affrontando da un&rsquo;angolazione diversa la medesima problematica, quella degli abusi sessuali sui bambini. E forse &egrave; proprio essere stato il regista di <em>Festen</em> che gli consegna il lasciapassare &ldquo;morale&rdquo; per essere autore di questa storia dove la vittima non &egrave; &ndash; all&rsquo;apparenza &ndash; la bambina, ma l&rsquo;adulto. Ma la storia &egrave; pi&ugrave; sottile di cos&igrave;, di come potrebbe apparire, perch&eacute; il vero problema resta quello della violenza subita dai bambini, in seno alla famiglia e alla comunit&agrave;.</p>
<p>Vinterberg infatti non si limita a parlare di un microcosmo, ma amplia il discorso a un livello quasi antropologico: la scena si apre su un gruppo di uomini seminudi per gioco: vince chi si tuffa in un laghetto un gelido giorno di novembre. Sono uomini dalla pelle lattiginosa, col ventre sfatto e prominente, chiome trascurate, movenze rattrappite. Lucas &egrave; l&rsquo;unico uomo dal corpo asciutto, &egrave; vestito, non &egrave; chiassoso. Ed &egrave; anche l&rsquo;unico divorziato, alle prese con grosse difficolt&agrave; con la ex moglie per poter stare con il figlio adolescente, con il quale ha un rapporto di profondissimo affetto. &Egrave; un diverso che tenta di passare inosservato, ma viene scagliato in un turbine di malevolenza dalla comunit&agrave; che, come in Dogville (di cui si sente un&rsquo;eco precisa), passa dalla fiducia e stima a un latrante odio nei suoi confronti. Anche la casa in cui vive da solo (nell&rsquo;attesa di poterlo fare col figlio) &egrave; diversa da quella dei suoi amici: essenziale e moderna rispetto al loro compiacimento rassicurante e piccolo borghese. Il contrasto &egrave; in ogni aspetto esteriore, ma soprattutto nella sostanza, e in questo senso il film ribalta anche le aspettative dello spettatore.</p>
<p>Ci &egrave; dato capire senza ombra di dubbio che Lucas non ha abusato nessun bambino, e viviamo un disagio profondo nel vederlo alle prese con un&rsquo;accusa che rifiuta con chiarezza e forza, ma senza MAI, neanche una volta, usare la bambina per farsi scudo, mai una volta accusarla, aggredirla, rimproverarla, usarla. In questo senso non abbiamo dubbi sul suo comportamento: &egrave; l&rsquo;unica persona che non le fa mai violenza, neanche per salvare la pelle, farsi umanamente giustizia. Vorremmo che lo facesse, tutto il film. Che finalmente la sbugiardasse, quella piccola mendace, ma Lucas ci educa e ci illumina su questo: &egrave; una bambina, &egrave; innocente a prescindere, perch&eacute; non sa cosa sta facendo, non pu&ograve; capirlo fino in fondo; e mentre tutti la strattonano e la usano come scintilla di odio, lui la lascia in pace, continua a proteggerla come non hanno fatto i suoi genitori prima di tutto questo, quando se la dimenticavano a scuola o non ce la accompagnavano, o come ha fatto suo fratello obbligandola a guardare un video osceno, e soprattutto come fanno tutti <em>dopo</em>, con interesse tardivo, tentando di estorcerle verit&agrave; false che la confondono, la angosciano, la manipolano. Come a sedare il loro senso di colpa: chiunque l&rsquo;ha trattata senza amore e rispetto prende a soffocarla con attenzioni fagocitanti e intempestive.</p>
<p>Lucas non cede mai alla tentazione di scagionarsi a spese di Klara, e con arte sottile e un po&rsquo; sadica Vinterberg non ci propone scene che potrebbero darci sollievo, come il verdetto di scagionamento, ma solo quelle in cui lui, sempre pi&ugrave; umiliato dalla comunit&agrave; dogvilliana che lo aggredisce fisicamente, gli viola la casa e gli ammazza il cane, sceglie di imporre se stesso solo attraverso la forza della sua limpidezza, del suo nitore. La cosa che sembra addolorarlo di pi&ugrave; &egrave; il fatto di aver perso la sua identit&agrave;: persino il suo migliore amico dubita di lui, lo accusa con infamia, lo picchia. Soltanto suo figlio e un altro amico gli sono vicini senza nessuna esitazione, e gli danno la forza di entrare in chiesa la notte di Natale, quando tutta la comunit&agrave; &egrave; riunita, e affrontare Theo per dichiarargli tutta la sua delusione. Dovrebbe essere il momento dell&rsquo;agnizione, ma &egrave; imperfetta: la ferita di Lucas &egrave; nell&rsquo;anima, e neanche l&rsquo;anno successivo, quando la comunit&agrave; sembra averlo riabilitato e riaccolto, se ne &egrave; perso il tatuaggio, e il finale ci riserva una straniante sorpresa.</p>
<p>Mads Mikkelsen &egrave; gigantesco in questo film, ribalta se stesso, riesce a mantenere la tensione a livelli altissimi, con un senso di emotivit&agrave; trattenuta che ha un sentore molto kubrickiano. Vinterberg medesimo ammette che in sceneggiatura il suo protagonista era un banale uomo middle-class, uno &ldquo;caduto per errore in un casino&rdquo;, e non la creatura mite, sofferente, paterna, anderseniana e generosa che ci fa battere il cuore in questo film, dove i duetti con la straordinaria interprete di Klara (Annika Wedderkopp), e del figlio Marcus (Lasse Fogelstr&oslash;m), offrono un&rsquo;emotivit&agrave; molto poco scandinava.</p>
<p>Un film con questo tema, che attiva meccanismi cos&igrave; potenti di rifiuto e rimozione, pu&ograve; difficilmente avere un grande successo di incassi, ma &egrave; un peccato anche perch&eacute; la fotografia di Charlotte Bruus Christensen &egrave; pregevole sia dal punto di vista cromatico che dell&rsquo;inquadratura, con angolazioni diverse e interessanti degli ambienti.</p>
<p>Difficile infine comprendere perch&eacute; la versione italiana abbia cambiato il titolo originale da &ldquo;La caccia&rdquo; a &ldquo;Il sospetto&rdquo;, una litote inutile rispetto alla forza del tema che ha invece un valore simbolico sia per la vicenda del protagonista sia per la caccia stessa,&nbsp; intesa come arte venatoria, che diventa &ndash; nella sua violenza &ndash; metafora antropologica di quel mondo.</p>
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