Elezioni svedesi: la solita disinformazione

In questi giorni ho letto alcuni articoli di giornali italiani sedicenti comunisti a proposito delle elezioni qui in Svezia, e sono rimasta abbastanza sbigottita dai contenuti. In sostanza, tutti ripetono di fatto la stessa identica vulgata del partito nazionalista e xenofobo Sverigedemokraterna (“Democratici di Svezia”) ovvero che gli svedesi siano “stufi dei problemi della criminalità causati dall’immigrazione” e “stanchi di dover sostenere economicamente la pressione fiscale generata dai costi dell’immigrazione”.
Vorrei rassicurarvi su una cosa: qui in Svezia non c’è alcun tipo di fenomeno che possa essere descritto come un problema di criminalità come lo conosciamo noi in Italia. Il livello è semmai paragonabile a quello di una cittadina altoatesina. Inoltre anche qui come in Italia i crimini sono in continua discesa, omicidi compresi. Aumentano quelli afferibili alla sfera sessuale non tanto perché ne aumenti la portata in termini assoluti (a eccezione di quelli legati all’eccessivo consumo di materiali pornografici, su cui ho scritto in passato), ma soprattutto perché la giurisprudenza in materia di crimini di natura sessuale si fa sempre più aspra – fortunatamente – e sanziona praticamente qualsiasi tipo di comportamento che non sia frutto di una piena e consensuale scelta adulta.

Passiamo all’immigrazione: la Svezia per anni si è fatta carico di un’immane ondata migratoria completamente imparagonabile a quella sperimentata dall’Italia. Con la generosità sociale che storicamente la contraddistingue, la nazione ha accettato un numero di rifugiati e immigrati che avrebbe portato l’Italia ad avere la Lega come primo partito al 75% delle preferenze. I numeri in questo senso sono assai diversi, a leggere le statistiche, ma se vogliamo fidarci di quelle delle Nazioni Unite, troviamo la Svezia in testa con 23,4 rifugiati per 1000 abitanti (semplificando, il 2,34%) a fronte di un’Italia che ne ha accettati 2,4 (lo 0,24%). L’accoglienza nasce dal fatto che la Svezia è la capitale morale mondiale del senso civico: qui le leggi e gli accordi si rispettano, costi quel che costi. E in un paese di natura sostanzialmente socialdemocratica, non è accettabile che ci siano persone sotto la soglia della povertà. Finché può, la nazione se ne fa carico. Che sia governata da un’intesa di centrodestra o centrosinistra, ché così è stato anche fino al 2014, quando al potere c’era la coalizione moderata. In altre parole in Svezia, da Olof Palme in poi, non si accetta che chi vi risiede viva in mezzo a una strada. Vale anche per i migranti che approdano in Svezia poveri, non alfabetizzati, non scolarizzati, non specializzati dal punto di vista professionale. Il programma di integrazione qui è serissimo, e quindi molto costoso: assegnazione di alloggi più che dignitosi, alfabetizzazione, insegnamento della lingua svedese, scolarizzazione, istradamento alle professioni, prestito d’onore per il completamento degli studi universitari, inserimento nel mondo del lavoro. Li capite i costi di ciascun immigrato qui? Altro che 35 Euro al giorno! Un paio di anni fa la Svezia stava scoppiando, e l’attuale governo socialdemocratico ha dovuto mettere dei paletti, pur continuando a essere generoso fino quasi all’autolesionismo. Parallelamente, il governo sta pagando in modo salato l’eredità dei governi moderati precedenti, che hanno attuato una politica di riduzione della pressione fiscale a un punto tale da rendere difficoltoso il mantenimento di alcuni standard di sostegno ai cittadini, tra cui spicca in negativo la Sanità che – quella sì, ahimè! – è un tallone d’Achille in Svezia. Una serie di tagli alla spesa pubblica hanno comportato un contraccolpo emotivo nella popolazione, e per la prima volta (dopo una cinquantina d’anni di socialdemocrazia) sta leggermente aumentando il divario salariale. Ma che la stampa sedicente comunista porti questo come argomento fa onestamente tristezza, in un paese in cui il lavoro al nero praticamente non esiste, dove i salari minimi sarebbero per noi in Italia dei salari d’oro, dove esiste un sussidio di disoccupazione corposissimo a cui si ha diritto per tre anni, e in cui la disoccupazione è a livelli talmente bassi da poter tranquillamente affermare che si tratti piuttosto di un “allungamento dei tempi prima di ottenere una nuova occupazione”.
La disoccupazione maggiore si ha tra gli stranieri, oltre il 20%, e questo dipende essenzialmente dal fatto che in Svezia chiunque (giovane ma anche meno giovane) ha accesso a una carriera scolastica, universitaria e post-universitaria piena, dato che chiunque ha la possibilità di accedere a un prestito d’onore per automantenersi agli studi. In questo senso, il maggiore problema di chi cerca come straniero un lavoro in Svezia è che di solito manca di una specializzazione. Per fare un esempio, anche chi fa pulizie per conto di una ditta ha uno speciale diploma che ne stabilisce le reali competenze. La maggioranza dei lavori in Svezia necessitano di una specializzazione professionale o di un’esperienza equivalente. Per questo motivo per gli stranieri che si trasferiscono in Svezia da adulti è molto più complesso trovare un’occupazione, soprattutto se non possiedono un titolo di studio equiparabile a quelli europei.

In questo senso il “tono” degli articoli che ho letto in questi giorni mi ha sbigottita. Parlare della Svezia come una nazione in ginocchio a causa dell’immigrazione è una lettura superficiale che si nutre della stessa disinformazione di cui ci si augurerebbe che giornali di quella parte politica fossero vaccinati e immuni.
La mia lettura è molto diversa. Io credo che il problema nasca dal fatto che in questi ultimi anni sia arrivata “a destinazione” l’onda lunga dei tagli alla pressione fiscale operata dai precedenti governi di centrodestra e che tale onda sia giunta a lambire molte più persone che nel quotidiano (soprattutto per sanità, scuola e assistenza agli anziani) sentono venire meno alcune “sicurezze”. Indubbiamente la spesa di sostegno agli immigrati ha un peso che si ripercuote anche su queste voci di bilancio, ma simultaneamente la Svezia (esattamente come l’Italia, anche se in misura minore) ha bisogno di forza lavoro straniera per garantire la propria produzione industriale, e quindi a fronte di un investimento iniziale, c’è poi anche un ritorno di ricchezza.

Ma il problema della Svezia, che è lo stesso dell’Italia, è più sottile. La xenofobia è una malattia che si nutre di una paura ancora più grande e inconfessata: quella di finire a trovarsi nel gradino più basso della scala sociale. Tra i vari studi ho trovato molto interessante un articolo del professore catalano Jordi Busquet Duran dell’Università Ramon Llull di Barcellona che porta il titolo “La paura della perdita di status” (in inglese qui). Nel suo esauriente articolo il professore cita tra gli altri Bauman ricordando un passaggio in cui afferma che per appartenere alla classe borghese non è sufficiente esserci nati, ma è condizione essenziale fornire prove costanti di appartenenza a quel gruppo sociale per tutto l’arco della propria esistenza, per non venirne declassati. Il problema della politica xenofoba è che fa leva su questo sentimento di perdita, che individua come nemico non più una classe superiore e capitalistica, giacché si è in competizione semmai per farne parte, ma una classe che preme dal basso e si mette in competizione per beni e servizi sociali. La differenza con l’Italia credo sia solo su questo punto: mentre in Italia la competizione è sul lavoro, in Svezia è sui servizi sociali. Come si vede, la componente “straniero” (= ”estraneo”) gioca un ruolo flessibile nella narrazione xenofoba, prestandosi a declinazioni diverse (il ché ne esalta l’intrinseca debolezza concettuale). Resta chiaro che il problema sia la paura della perdita del proprio status sociale. In questo senso, credo siano totalmente inutili i tentativi di combattere la xenofobia con cifre, dati, ragionamenti, perché tutto questo non ha presa nel momento in cui l’area cerebrale che viene attivata dalla paura (o meglio fobia, o angoscia esistenziale) è quella rettiliana, che attiene ad esempio alle reazioni di “attacco-difesa” “protezione del territorio”, scevre da considerazioni morali o compassionevoli. Sono parole spese al vento per chi ha troppo terrore per comprendere e cerca solo giustificazioni per poter disattivare il proprio senso etico o morale, finanche religioso. In questo senso e per questo motivo il partito Sverigedemokraterna ha preso piede in questa nazione.

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