Antonio Coppola, compositore fotografico

Le immagini fotografiche di Antonio Coppola mi hanno colpito moltissimo, e mi sono sentita veramente onorata quando mi ha chiesto di scriverne una presentazione. Per l’annuale festa di SlowCult l’ho invitato a esporre le sue foto, e sono intanto molto felice di condividere il mio pezzo qui, uscito sia su SlowCult che su unonove. Andate a entrambi i link per vedere foto diverse ;o)
Per pubblicare qui il pezzo ho scelto questa. Per tutte le immagini ho scritto delle didascalie, e questa è una delle mie preferite.

Stanno per salire a giocare le ultime sirene rimaste,
sorridono dietro piccoli dorsi di mano.

 

“N’atu munn” di Antonio Coppola, compositore fotografico.

Portare il mare dove non c’è più.

“N’atu munn”.

Oppure:

“Nat’u munn”?

Ovvero:

“Un altro mondo” o “Nato al mondo”: come vogliamo leggere questi scatti?

La certezza è che queste immagini sono un parto che fa nascere se stesso.

Ci dobbiamo chiedere: quale mondo è alio? Quello preso nello scatto e ri-generato, accarezzato, truccato, benvoluto, commosso, orgoglioso? O quello in cui viviamo che tollera tutta questa desolazione? Da quale mondo siamo fuori?

Antonio Coppola torna nei luoghi della sua infanzia ma non li trova. Non trova gli spazi, i piani a confine con l’orizzonte, il suono croccante delle ruote della sua bici su sterpi e ghiaino estivo. La superficie è coperta di urbanistica rigurgitata da geometri, metri cubi e cubici popolari, panni stesi e stanchi, fatica uguale a se stessa da ogni finestra.
Allora lo ricrea, il suo mondo. Quello delle fabbriche abbandonate, delle pareti scrostate, dei muri glabri di vita, a volte graffitati di potenza e voglia di fuga in un altro mondo. Che non è quello lì, però. È un mondo di writers americaneggianti che da lontano sembrano meno disperati, e allora vale la pena di evocarli qui, a Napoli, zona orientale, alberi mozzati sotto il doppio viadotto di una tangenziale, cieli bordati di un turchese che non esiste in nessun luogo ma solo qui, in queste immagini che non compongono un’irrealtà, ma la sua immagine onirica possibile.

Chiamare queste immagini fotografie è una convenzione semantica, necessaria alla comunicazione. C’è uno scatto, certamente. C’è una composizione dell’inquadratura, una scelta di messa a fuoco, di luce e di ombra sugli oggetti, ma il lavoro continua a lungo, dopo; diventa elaborazione grafica che si prende, con autorevolezza e caparbietà, la libertà di un’espressione pittorica. Le immagini sono composte, sovrapposte, rielaborate in mille modi, ma – come Monet fino all’ultimo quadro – non perdono mai l’oggetto della rappresentazione, anzi, lo iper-rappresentano, lo rapprendono, quasi, come gelatina sul fuoco, lo cristallizzano e glassano.
C’è un senso polveroso di dignità affermata nel voler dare uno splendore alla malinconia quasi fatiscente di questi luoghi di periferia stramazzata, un senso che funziona e che cattura e corrode lo spettatore, sedotto dalla bellezza che genera questa poesia, dal fastidio difficoltoso che nasce dalla certezza che sarà molto arduo porre fine a quell’abbandono, a quella desolazione, come se ci gravasse sopra una condanna ignave, meridionale.
Viene voglia di abbracciarli e ripararli, quegli edifici. Popolarli di vita, di idee che li facciano tornare pulsanti, dignitosi, magari persino artistici, eclettici, di tendenza, di qualcosa, di questo mondo o di quell’altro, di N’atu munn, persino possibile, che li faccia tornare al mondo, rinascere, con tutto l’amore che l’occhio sensibile e struggente di Antonio Coppola ha saputo usare per comporli, come il più dolce dei tanatoesteti.