Grazie.

Una domenica mattina, a Genova. E la domenica successiva, a Roma.

Con un uomo che sa ascoltare passo per sei volte davanti a quel bar di agosto, dove c’erano state onde e maree di illusione. Nella sua macchina comoda che suggerisce impossibili visioni di famiglia e cane da slitta parliamo come vecchi amici, anche se ogni tanto inciampo nella bellezza insostenibile dei suoi occhi blu. Passiamo avanti e dietro per quella stessa via, come un barista che sfrega avanti e indietro una pezza bagnata su un bancone. Finché spariscono le macchie e tutto splende. Il resto si vedrà.
Sette giorni dopo un amico mi dice che l’altro, quello con la brugola, non era per me, che è andata meglio, molto meglio così. Probabilmente ha ragione, non so e non lo saprò mai. So che voglio bene sia a lui che alla brugola, che capisco la sua debolezza, che va bene così, che gli auguro felicità per tutto.
A un passo da Natale l’estate è finalmente tramontata, oggi riparto, soprattutto torno a scrivere il mio romanzo, grazie a tutt@ voi che ci siete stati, ma soprattutto chi ha resistito e mi ha tenuto per mano fino a qui. Sono che non è (che non sono) stata facile, e solo i migliori ce l’hanno fatta: GRAZIE, vi voglio bene.