“A sweet fall”, lyrics by Monica Mazzitelli :)

Oggi sono veramente felice e orgogliosa di farvi ascoltare un brano dal nuovo album di Andrea Chimenti, in uscita oggi!! Non potrò mai essere una musicista, purtroppo, ma ho avuto almeno l'immensa soddisfazione di poter mettere il mio nome su un prodotto così magistrale come quello del mio cantautore preferito… Vi invito ad ascoltare "A sweet fall", un pezzo splendido di cui ho realizzato anche un video, presto online! Grazie!

I am specially elated today because Andrea Chimenti's new CD is out, and I have had the huge honor of cooperating with him on this album but writing the lyrics to its only English song, A Sweet Fall".
I have also shot the video to this song, which will be available soon.. In the meanwhile, if you are curious to listen, you are most welcome to do so at the link below, thank you!

 

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Doc film “Dignity”!

[Please scroll for English]

Oggi partenza per Chitima, in Mozambico, con una splendida troupe, a girare un documentario a cui ho dato il titolo di "Dignity". Sarà la storia di un centro -O Viveiro, "il vivaio"- che accoglie, istruisce e avvia al lavoro alcune bambine svantaggiate. Qui una descrizione dettagliata del progetto. Se vorrete, potrete seguire il nostro lavoro qui su facebook.

Today I will be traveling to Chitima, Mozambique, with a very special crew, to film a documentary about a center that helps young girls in difficulty, called "O Viveiro". You can read many details about the project here, and follow our deeds on this Facebook page. Thank you!

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Andrea Chimenti “Yuri”, nuovo album – new album

Un assaggio del nuovo bellissimo album di Andrea Chimenti che sta per uscire ora.. un altro capolavoro realizzato questa volta insieme ai geni Francesco Chimenti e Davide Andreoni, con al mix il mago Stefano Amerigo Santoni, tutte e tre menti della più grande post rock band emergente italiana, i Sycamore Age.
Al link qui sotto finalmente tutti riuniti insieme i teaser di ciascun pezzo, realizzati dal talento grandissimo di Sara Zanoni, un'artista visuale completa in ogni campo.
E sono felice e orgogliosa che ci sia anche un mio minuscolo contributo per questo album, un pezzo che ho scritto in inglese "A sweet fall". Buon ascolto!

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New jazz’s most propulsive band Phronesis gives Life to Everything

Phronesis is one of the few European new jazz bands about which music critics of any generation are in almost total agreement, as has been noted in most of the major rankings of 2014. And their most recent work, Life to Everything, is a further leap forward in the already consolidated production of this group, whose leader is the magnificent Danish bassist Jasper Højby, also the composer of all the tracks in the band’s first two albums, and of most of the previous one. In Life to Everything, however, the boys shared the composition equally, each one responsible for three pieces. Most certainly, the band’s secret lies in the exceptional musical and personal balance of an ensemble in which each element stands out on its own so much that it is never subordinate to another, in an eternal playful game of tag. It is quite incredible: they always rise to each other’s heights. Not that in other bands the leaders crush the others, but Phronesis deploys not only a great pianist, the British Ivo Neame, but also the best double bassist and the best drummer (the Norwegian-Swede Anton Eger) of their generation. Phronesis overwhelms with its pulsating and propulsive style, maintaining a rock band energy that viscerally touches the listener, especially when live. This is why their album was recorded live instead of in the studio: it bears that seal of emotional contagion. No coincidence that the title of the album is the ending of a Plato quote, which is displayed on the CD cover: "Music gives a soul to the universe, wings to the mind, flight to the imagination, [...] and life to everything".
New jazz at the nth power, innovation, groove and a mixture of rhythms, often Latin as well, from flamenco to Afro-Cuban, passing through Brazil.

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Phronesis, la band più propulsiva del new jazz dà Life to everything

I Phronesis sono una delle poche band del new jazz europeo su cui c’è un accordo pressoché assoluto tra i critici musicali di ogni generazione, come si è potuto notare in quasi tutte le classifiche più importanti del 2014. E il loro ultimo lavoro Life to everything è un ulteriore salto in avanti nella pur già consolidata produzione di questo gruppo di cui è leader il magnifico contrabbassista danese Jasper Højby, autore anche di tutti i pezzi dei primi due album, e della maggioranza di quelli del penultimo. In Life to everything invece i ragazzi si sono divisi equamente le composizioni, firmando tre pezzi a testa. Il segreto della band è sicuramente nel grande equilibro musicale e personale di un ensemble dove ciascun elemento spicca talmente tanto da non venire mai sottomesso a un altro, in un eterno gioco di rincorsa giocosa tra i musicisti. È quasi incredibile: sono sempre all’altezza uno dell’altro. Non che in altre band il leader schiacci gli altri, ma Phronesis mette in campo non solo un ottimo pianista come l’inglese Ivo Neame, ma anche il migliore contrabbassista e il migliore batterista (il norvego-svedese Anton Eger) della propria generazione. Phronesis travolge, ha uno stile pulsante e propulsivo, un’energia da rock band che soprattutto dal vivo tocca visceralmente. Proprio perciò questo loro ultimo album è stato registrato dal vivo e non in studio: porta quel sigillo, contagia emotivamente. Non a caso il titolo dell’album è la chiusa di una citazione di Platone riportata in calce sul CD: “La musica dà un’anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, […] e vita a ogni cosa”. New jazz all’ennesima potenza, innovazione, groove e commistione di ritmi, spesso anche latini, dal flamenco all’afrocubano, passando per il Brasile.

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The calm and mesmerizing tranquility of the Helge Lien Trio: Badgers and Other Beings

There is a special quality in Norwegian –and Icelandic− jazz that distinguishes it, even from its Nordic (Swedish, Danish and Finnish) "cousins": a deep, ancestral, almost mystical, even pantheistic, bond with Nature. As if each chord holds a vast, contemplative breath of a landscape, whether marine or mountainous – in Norway, the land and water are inseparable− or related to fauna or flora, or to the white blanket that paints the ground to a blank space for many months. That contemplation often becomes almost meditative introspection, which for some takes on a nuance connected to the divine (I think of Tord Gustavsen, for example) and for other remains close to the broad but also beautifully minute sense of Nature and its secrets. I think this may be why Italians −who have lost their own Eden through overbuilding, overcrowding and urban alienation− have a special love for Norwegian music: in it they find their Lost Paradise.

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La calma composta e incantatrice del Helge Lien Trio: Badgers and other beings

C’è una qualità speciale nella musica jazz norvegese −e islandese− che la rende riconoscibile persino rispetto alle “cugine” nordiche (svedese, danese e finlandese): un legame profondo, ancestrale, quasi mistico, persino panteistico, con la Natura. Come se sottinteso a ogni accordo ci fosse un’ampiezza di respiro contemplativo di un paesaggio, che sia marino o montagnoso –in Norvegia acqua e terra sono inseparabili− o legato alla fauna o alla flora, o alla coltre bianca che per molti mesi vernicia il suolo di spazio. E quella contemplazione si trasforma spesso in un’introspezione quasi meditativa, che per alcuni prende una sfumatura collegata al divino (penso a Tord Gustavsen, ad esempio) e per altri resta vicina al senso largo ma anche magnificamente minuscolo della Natura e i suoi segreti. Credo che possa forse risiedere in questo il motivo per cui gli italiani −che per cementificazione, sovraffollamento e alienazione urbana hanno smarrito il proprio Eden− hanno un amore particolare per la musica norvegese: ci ritrovano un Paradiso Perduto.

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“Duo”, a huge small album by Karlsson and Markusson

There is something ancestral and mysterious in this album, despite its simple and straightforward appearance. A secret quality that makes it special, intelligible to many, even to those who do not follow jazz. A record that makes you slow down, listen, reflect. And even for those of us who have a visceral love for jazz, it remains a mystery how an album of just piano & bass can be so powerful. In truth, one of my favorite albums of all time is Barron and Haden’s Night and the City, so in my specific case there is a precedent; and indeed Duo, the first album of Daniel Karlsson (piano) and Thomas Markusson (double bass), has a similar feel to it: soft and intimate, often introspective, albeit less nocturnal. It too is likely to become a classic.

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“Duo”, un grandissimo piccolo album di Karlsson e Markusson

C’è qualcosa di ancestrale e misterioso in questo album così semplice e lineare in apparenza. Una qualità segreta, un arcano, che lo rende speciale, intellegibile a molti, anche a chi non frequenta il jazz. Un disco che fa (sof-)fermare, rallentare, ascoltare, riflettere. E anche per noi che il jazz lo amiamo invece visceralmente, resta comunque un mistero quanto potente possa essere un album solo piano e contrabbasso. In verità, uno dei miei album preferiti di tutti i tempi è Night and the City, di Kenny Barron e Charlie Haden, quindi per me esiste un precedente corposo. E in effetti Duo, primo album di Daniel Karlsson al pianoforte e Thomas Markusson al contrabbasso, pur essendo meno notturno, ha un’atmosfera simile: soffusa e intima, spesso introspettiva. Ed è probabilmente destinato a diventare anch’esso un classico.

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“Diva futura” di Fabio Viola

Straniamento è un sostantivo che ha spesso ragione di essere usato per circostanziare le narrazioni di Fabio Viola. Estraneo e poco comprensibile il mondo descritto, a linciare una realtà troppo banale, deludente. Ma stavolta Viola ci ha tenuti con i piedi su questa terra meschina e meneghina, che dissimula il suo essere provinciale fingendo eterna assenza di sorpresa e coolness (digitando questo vocabolo su Google il primo suggerimento è “coolness Milano”), cercando riparo dalla paura della noia, del nulla, attraverso un atteggiamento di «nichilismo addomesticato e ottimista». Temi che ricorrono dal suo primo romanzo (“Gli intervistatori”), ma che qui sono giocati meno sul filo dell’assurdo e dell’alienante per restare invece ancorati a un qualche senso di concretezza più reale. Forse proprio per questo più dolorosi, desolanti. Lontano dall’ambientazione nipponica di “Sparire”, questo romanzo che si svolge tra Roma e Milano è raccontato dal “solito” io narrante romano, che in questo caso è sia innamorato del Giappone che di una giapponese, Maki, la “Diva Futura”, sua compagna di vita.

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